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    La riflessione del Rabbino Capo Riccardo Di Segni sul valore della preghiera e dell’azione

    Il Rabbino Capo Riccardo Di Segni affida al quotidiano “la
    Repubblica” di oggi una lettera in cui esprime una significativa riflessione
    sul valore della preghiera e dell’azione.

    Quale strumento di intervento possiede chi crede? In questo
    momento particolarmente drammatico che vede l’evolversi di due conflitti –
    dall’Ucraina a Israele – Palestina -, afferma il Rav nella lettera, lo
    strumento è la preghiera. “La preghiera veicola le aspirazioni del singolo, è
    efficace nell’unire un gruppo, esprime il dolore e chiede che sia confortato e
    gli sia posto fine; e chi prega ritiene e spera che la sua preghiera possa
    essere ascoltata e accolta” scrive il Rav.

    Ma di fatto non è un valore assoluto:
    “La preghiera è un’arma anche se non spara, e la sua moralità dipende dal suo
    contenuto. È bello vedere moltitudini che si raccolgono a chiedere la pace, che
    guardano oltre ai termini dei conflitti, che vogliono la fine delle sofferenze,
    ma bisogna valutare se guardare oltre non significa appiattire le differenze e
    fare tutti uguali; in ogni conflitto non ci sono tutti i buoni da una parte e
    tutti i cattivi dall’altra, ma certamente vi sono quelli più buoni e quelli più
    cattivi. La preghiera può diventare un alibi per scaricarsi la coscienza, per
    stabilire un’equidistanza inopportuna, per cancellare le valutazioni morali”.

    Nel suo intervento Rav Di Segni continua citando la parte
    della Torà in cui si racconta che quando Mosè si mise a pregare per la salvezza
    degli ebrei dall’imminente assalto dell’esercito degli egizi, “dal Cielo gli risposero:
    “cosa stai a gridare, parla ai figli di Israele, che partano” (Esodo
    14:15). Quindi c’è un momento per la preghiera e quello per l’azione.

    Tuttavia, come indicano i profeti della Bibbia, si deve
    agire solo dopo il ravvedimento, il riconoscimento delle colpe, la correzione
    delle opinioni sbagliate, prima delle proprie e poi di quelle degli altri. “Con
    queste premesse – conclude il Rav – il valore della preghiera e
    dell’invocazione della pace crescerà, sarà più alto, più credibile, più
    efficace”.

     

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