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    Sukkot e l’acqua: binomio indissolubile tra uomo e vita – intervista a Rav Yacov Di Segni

    Il 15 di Tishrì del calendario ebraico cade Sukkot, la festa delle capanne, che ricorda il peregrinare del popolo ebraico nel deserto dopo l’uscita dall’Egitto. Shalom ha intervistato il Direttore dell’Ufficio Rabbinico della Comunità Ebraica di Roma, Rav Yacov Di Segni, per scoprire usi e precetti di questo giorno così gioioso.

    Il continuo spostarsi, la necessità di avere degli abitacoli, il simbolo della festa – che dura sette giorni – è proprio la Sukkà: una struttura, ricoperta da foglie e frutti, in cui è precetto dormire, mangiare e studiare. Segno della transitorietà di questo mondo e della misericordia divina, che permise al popolo ebraico di sopravvivere alla lunga permanenza del deserto.  

    Secondo un’interpretazione, le capanne “ricordano le nuvole della gloria divina che accompagnavano gli ebrei nel deserto proteggendoli dai pericoli esterni – spiega Rav Yacov Di Segni – allora il significato è quello di uscire da una casa costruita da noi, con mura solide, per passare sotto la protezione del Signore, rappresentata dalla Sukkà”. L’altro precetto fondamentale è quello di agitare il Lulav – un composto formato da cedro, palma, mirto e salice – in direzione dei punti cardinali, per indicare l’onnipresenza divina.

    Le piante, le capanne ed il deserto. Sukkòt pone al centro della festività l’elemento indispensabile per l’uomo: l’acqua. Era infatti Mitzvà versarne in abbondanza all’interno del Bet HaAmikdash e sull’altare. Questo prendeva il nome di “Nissuch Hamayim, la libagione, il versamento dell’acqua che si faceva nel grande tempio, e che riuniva il popolo d’Israele. Durante la festa, per l’occasione di questo uso, si organizzavano feste per tutta la durata di Sukkot, che veniva anche chiamata “Simchat Beit HaShoeivah”: la gioia del versamento, dell’attingimento dell’acqua. È uno dei precetti che non possiamo più mettere in pratica, a causa della distruzione del Tempio”. 

    L’estrazione dell’acqua era preceduta da celebrazioni notturne nel cortile del Bet HaAmikdash, con musiche, feste ed enormi lampade a olio che illuminavano l’intera città. Il canto e la danza continuavano fino all’alba, quando una processione si dirigeva verso la sorgente di Shiloach che scorreva in una valle sotto il Tempio. “Per tutti i giorni dell’estrazione dell’acqua” – raccontava il rabbino Joshua ben Chananiah – “i nostri occhi non hanno visto il sonno“, poiché le notti di Sukkot erano dedicate ai festeggiamenti in preparazione del Nissuch Hamayim. Scrive il Talmud: “Chi non ha visto la gioia delle celebrazioni dell’estrazione dell’acqua, non ha visto la gioia nella sua vita“.

    Proprio per lo stretto rapporto con l’acqua, non è un caso che la festività incominci tra la fine del periodo estivo e l’inizio della stagione autunnale e delle piogge, richieste nelle preghiere come buon auspicio per il raccolto e l’anno a venire. 

    Per la grande gioia che Sukkot porta con sé, nella Mishnà e nella letteratura rabbinica questa viene semplicemente chiamata Hag, festa. Anche se in altre occasioni c’è il precetto di rallegrarsi, a Sukkot “assume un significato particolare. È scritto nella Torah ‘Ve aita ach sameach’, che significa ‘sarai solamente contento’. È una massima gioia che non deve avere nemmeno un aspetto di tristezza”.

    Giunta alla fine di Kippur, Sukkot simboleggia ulteriormente l’allegria “di aver terminato l’anno e ricevuto il perdono divino. Questo ci fa tornare ad uno stato iniziale di felicità”.

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