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    Bennett incontra Putin a Sochi sul Mar Nero. Un colloquio delicato e importantissimo per Israele

    Poche settimane dopo aver incontrato Biden a Washington, il primo ministro israeliano Bennett ha avuto oggi il suo primo incontro con Vladimir Putin a Sochi, la località sul Mar Nero dove il presidente russo ha una residenza. Non si è trattato di un incontro più facile dell’altro e non sembra che abbia maggiori risultati concreti. Nella conferenza stampa finale si è parlato del tradizionale rapporto fra  fra i due popoli, in particolare Bennett ha lodato Putin per la sua amiciza, si è sottolineato l’obiettivo dell’aumento dell’interscambio commerciale, si è accennato a uno scambio di opinioni su Iran e Siria, ma nulla di più. E però dopo molti anni di intensi rapporti di stima e amicizia  personale fra Putin e Netanyahu, era naturalmente importante per Bennett cercare innanzitutto di annodare una conoscenza e discutere dei problemi operativi fra i due paesi. 

     

    Già prima di partire, Bennett aveva distribuito alla stampa una dichiarazione che spiega le ragioni dell’importanza della relazione con la Russia, che è assai diversa ma quasi altrettanto importante di quella con gli Usa: “I legami tra Russia e Israele sono un pilastro significativo della politica estera di Israele, sia per la posizione speciale della Russia nella regione e il suo status internazionale, sia perché ci sono un milione di russofoni in Israele che sono un ponte tra i due paesi.” E anche questo tema è tornato nella conferenza stampa: “Israele, ha detto Bennett, ha un milione di suoi ambasciatori per la Russia.”

     

    La presenza di molti cittadini israeliani che parlando russo, in realtà di ebrei fuggiti prima dalle persecuzioni zariste e soprattutto poi dalla dittatura comunista, è naturalmente importante, perché la Russia si considera protettrice di tutti coloro che appartengono in qualche modo alla sua cultura anche se cittadini di altri stati. Ma il punto significativo è l’altro, la grande presenza della Russia in Medio Oriente. Vi sono qui dei punti di attrito e degli accordi, soprattutto delle ambiguità politiche significative.

     

    La Russia è stata tradizionalmente, già da settant’anni fa quando era URSS, la protettrice della Siria e l’ha considerata la sua base più sicura nel Mediterraneo. Questa politica continua oggi, con l’insediamento della flotta russa nel porto di Lataka e l’uso di molte basi aeree nell’Ovest del paese (mentre gli americani sono insediati a Est e i turchi a Nord). Su questo Israele non ha obiezioni. Il problema viene dal fatto che il regime siriano è stretto alleato (o meglio subordinato) dell’Iran e ospita truppe iraniane, di Hezbollah e di Hamas, che sono state – almeno le prime due – essenziali per la vittoria di Assad nella guerra civile. Inoltre la Siria costituisce l’anello centrale tanto del “ponte terrestre” che l’Iran cerca di stabilire col Mediterraneo, quanto dell’offensiva strategica che l’Iran cerca di portare contro Israele. Dunque è il territorio della controffensiva aerea israeliana (la “guerra fra le guerre”, come si usa dire) che tenta di impedire i rifornimenti iraniani di armi missilistiche di precisione a Hezbollah e in generale il dispiegamento militare iraniano ai confini dello stato ebraico. Di qui i bombardamenti molto frequenti che Israele compie su obiettivi militari iraniani in Siria. Ma essi pongono quantomeno in imbarazzo la Russia, che non solo è protettrice del regime di Assad, ma è anche la sua fornitrice di armi antiaeree e deve dimostrare che queste servono a qualcosa, anche perché l’esportazione di armamenti in tutto il mondo è una delle poche voci positive delle bilancia russa dei pagamenti, quasi altrettanto importante degli idrocarburi. Di qui i numerosi annunci di parte russa che i siriani sarebbero riusciti a sventare con i suoi sistemi antimissile bombardamenti israeliani – annunci spesso smentiti dalle foto satellitare dei danni provocati dall’aviazione israeliana.

     

    A complicare le cose vi è la relazione della Russia con l’Iran, che è un grande acquirente delle sue armi e anche un partner politico-militare: non proprio un alleato, però, perché sulla Siria vi è competizione e anche rispetto a Egitto, Libia, Caucaso le posizioni non coincidono. La Russia ha dunque tenuto un atteggiamento ambiguo sulla difesa israeliana in Siria: non usando le proprie armi, i propri radar e i propri aerei per impedirla, ma aiutando la Siria a contrastarli, rinnovando le sue attrezzature e fornendo esperti e consulenti. In questo quadro complicato vi sono stati parecchi problemi, come l’abbattimento di un aereo di ricognizione russo da parte dell’antiaerea siriana che cercava di contrastare i bombardieri israeliani, alcuni anni fa. I militari russi avevano dato la colpa a Israele, minacciando rappresaglie. Per evitare altri incidenti in questo difficile gioco è stata istituita una “linea rossa” di comunicazione immediata e diretta su cui spesso gli israeliani avvertono delle missioni in corso sui cieli siriani; ma era decisivo il rapporto di fiducia fra Putin e Netanyahu. Il primo compito di Bennett è ora confermare questi accordi informali e mantenere la libertà d’azione di Israele in Siria. Il secondo è quello di convincere Putin che l’armamento atomico che l’Iran sta preparando è pericoloso per tutti, anche per la Russia e persuaderlo dunque a moderare l’appoggio al regime degli ayatollah.

     

    Sono temi delicatissimi, accordi informali non scritti, in  buona parte tenuti segreti agli occhi degli altri soggetti politici, innanzitutto degli Usa e dell’Iran. Bisogna sperare che Bennett sia riuscito ad essere convincente e affidabile agli occhi di Putin come lo fu Netanyahu, perché su questo rapporto si gioca una fetta consistente della sicurezza di Israele. Ma proprio per la delicatezza del tema, era impossibile trovarne le tracce in comunicati e dichiarazioni. La controprova reale sarà il comportamento russo sul terreno nei prossimi mesi.

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