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    ISRAELE

    Israele e l’Iran: attesa strategica davanti a un possibile punto di svolta

    Mentre in Iran le proteste raggiungono livelli senza precedenti per intensità e numero di vittime, in Israele cresce l’attenzione, ma senza isteria. Le dichiarazioni del presidente americano Donald Trump, le minacce esplicite provenienti da Teheran e i movimenti militari statunitensi nella regione hanno riportato al centro del dibattito una possibile escalation regionale con l’Iran come epicentro.

    Dal punto di vista israeliano, il rischio principale non è soltanto un’eventuale operazione militare americana contro il regime degli ayatollah, ma soprattutto una reazione iraniana che potrebbe estendersi anche al fronte israeliano. Missili balistici, droni suicidi e attacchi cibernetici contro il fronte interno rientrano tra gli scenari analizzati. Per questo l’IDF ha innalzato il livello di preparazione su più fronti, con particolare attenzione alla difesa aerea, alla resilienza civile e alla protezione delle infrastrutture critiche.

    Fonti della sicurezza israeliana sottolineano tuttavia che una risposta iraniana diretta contro Israele non è automatica. Molto dipenderà dalla natura, dalla durata e dall’intensità di un’eventuale azione americana. A Gerusalemme si ritiene che Teheran, già sotto una pressione interna enorme, potrebbe scegliere la prudenza per evitare di aggravare ulteriormente la propria crisi.

    È proprio questa crisi interna a essere osservata con grande attenzione. Nonostante il blackout informativo imposto dal regime, le informazioni che filtrano parlano di una repressione brutale, con migliaia di vittime e arresti di massa. In Israele, questa fase viene letta come una delle più gravi crisi di legittimità affrontate dal regime dalla rivoluzione del 1979. Un indebolimento strutturale che, secondo molti analisti, potrebbe avere conseguenze regionali profonde.

    In questo contesto, Israele si trova in una fase di attesa strategica. Gerusalemme non ha interesse ad aprire ora un conflitto diretto, ma allo stesso tempo non nasconde che un errore iraniano – un attacco diretto o una mossa avventata – fornirebbe la legittimità politica e strategica per entrare in gioco in modo aperto e colpire il cuore del regime.

    L’IDF è pronta. Negli ambienti militari israeliani non si avverte panico, ma vigilanza. Anche nella società civile prevale una calma attenta. Il successo d’Israele nell’ultima guerra a giugno contro l’Iran ha avuto un impatto psicologico rilevante: il timore che per anni ha accompagnato il dossier iraniano si è in parte dissolto. I successi in ambito di intelligence, difesa e capacità operative hanno mostrato che Teheran non è più un tabù intoccabile.

    Per questo, Israele preferisce oggi il silenzio. Non esporsi, non dettare i tempi, non forzare la mano. Lasciare che il caos interno iraniano e la pressione americana producano i loro effetti. Secondo indiscrezioni, un’operazione militare americana sarebbe stata rinviata anche dopo un confronto con il primo ministro Netanyahu, che avrebbe sottolineato a Trump come un’azione breve e limitata non sarebbe sufficiente a cambiare davvero la realtà iraniana. Per ottenere risultati strategici servirebbero tempo, forze significative e una visione condivisa.

    Resta però l’incognita centrale: si tratta di un rinvio reale o di un bluff? A Gerusalemme è chiaro che ci si trova davanti a un possibile punto di svolta storico. Un’occasione che potrebbe non ripresentarsi. Se gli Stati Uniti dovessero scegliere di non agire, Israele sa che potrebbe essere costretto, prima o poi, a farlo da solo. Non per spirito di avventura, ma per una valutazione fredda: la sicurezza del Paese nei prossimi decenni potrebbe dipendere dalle decisioni prese in queste settimane.

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