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    La campagna elettorale israeliana in corso: primarie, fusioni, sondaggi

    Elezioni lunghe e ripetitive

     

    La campagna elettorale in Israele dura dal 22 giugno, quando cadde il governo Bennett, e si concluderà solo il 1° novembre, quando si terranno le elezioni. Quattro mesi di sospensione della normale vita parlamentare e governativa, cui ne andranno aggiunti altri due o tre per la formazione del nuovo governo.  Bisogna considerare poi che si tratta delle quinte elezioni in quattro anni: più o meno con gli stessi protagonisti, gli stessi partiti, gli stessi schieramenti. Ce n’è abbastanza per stancare l’elettorato e infatti, anche nel clima molto partigiano della politica israeliana, intorno a queste elezioni è difficile vedere, almeno finora, grande emozione.

     

    Il blocco del sistema politico

     

    Il fatto è che il sistema politico israeliano è bloccato da una semplice contraddizione. Semplificando molto le sue complessità, i fatti sono questi: una maggioranza consistente e stabile dell’elettorato israeliano è di centro-destra, è cioè scettica delle vecchie politiche (terra in cambio di pace) sul problema palestinese, perché ha capito che i leader palestinisti vogliono la terra ma non la pace e chiedono concessioni in cambio di nulla. Inoltre di questa maggioranza fanno parte i partiti religiosi e dunque essa è almeno parzialmente ben disposta nei confronti delle richieste di sostegno economico e di agevolazioni militari che vengono da questi settori; sostiene anche le comunità in Giudea e Samaria. Infine è piuttosto favorevole a una politica economica liberale. Contro di essa vi è una netta minoranza di sinistra che crede ancora nelle trattative coi palestinesi e nei confronti di “ultraortodossi” e “coloni” nutre solo rancore e disprezzo. Inoltre vi sono un partito arabo ideologicamente vicino ai palestinisti e un secondo che invece bada soprattutto a ottenere privilegi economici per la propria base.

     

    Il problema di Netanyahu

     

    Il leader indiscusso della maggioranza di centro-destra è Benjamin Netanyahu, che però se n’è inimicato una parte, che ha preso a pretesto la lunga campagna giudiziaria (probabilmente in buona parte infondata) contro di lui  per allearsi con la sinistra e gli arabi. Dunque vi sono due maggioranze: una politica e sociale di destra e una partitica e parlamentare contro Netanyahu. Anche queste elezioni si giocano su questo tema: riuscirà Netanyahu a ottenere la maggioranza dei seggi che gli serve per tornare primo ministro? O nascerà qualche altra coalizione pasticciata come quella di Bennett? O bisognerà tornare ancora a votare per la sesta volta in questo infinito braccio di ferro?

     

    Le primarie

     

    Per il momento i sondaggi sembrano aprire uno spiraglio per la vittoria di Netanyahu. Ma è presto per dirlo. I partiti hanno tempo fino al 15 settembre per presentare le liste definitive (che sono decise per lo più con elezioni primarie di partito, in cui però i leader di partito possono inserire dei candidati secondo il loro giudizio) e parecchi sono in trattativa per presentarsi assieme. Le primarie tenute finora hanno avuto risultati in parte imprevisti. In particolare nel Likud, dove le votazioni hanno lasciato delusi parlamentari molto noti noti ed ex ministri come Katz, Edelstein, Hanegbi, Levy-Abacassis. In generale sono stati premiati i fedelissimi di Netanyahu. Anche nell’estrema sinistra di Meretz vi è stato una specie di ribaltone. Dopo le dimissioni da leader di Nitzan Horowitz, si era candidato al suo posto l’ex vicecapo dell’esercito, il polemicissimo Yair Golan. Per contrastarlo è tornata in campo le leader storica Zehava Galon che l’ha battuto molto nettamente, relegandolo al quinto posto della lista elettorale. Altri partiti non hanno tenuto primarie o i loro risultati non hanno mostrato sorprese, come nel caso dei sionisti religiosi di Bezalel Smotrich.

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