
È difficile rendersene conto in un’Europa sempre più obnubilata dall’isteria anti-israeliana, motivata ormai sempre più chiaramente dal riemergere dell’antico odio antisemita. Ma a chi guardi le cose con lucidità è evidente che la guerra in Medio Oriente sta finendo con una grande vittoria di Israele, la più generale e promettente dalla fondazione dello Stato. Una vittoria non solo militare ma anche politica e diplomatica, con forti aspetti economici. Per capirlo bisogna evitare di fissare lo sguardo solo su Gaza. La Striscia è stata il punto di innesco di questa guerra, e il luogo dove il comportamento criminale e la volontà genocida dei nemici di Israele sono emersi nella forma più chiara, allo stesso dolorosa e teatrale; dove si è costruita una campagna propagandistica menzognera contro Israele e gli ebrei di dimensioni inedite nella politica mondiale. Ma strategicamente essa è solo un campo del conflitto, non certo il suo centro. Bisogna invece guardare insieme i sette fronti della guerra, considerare che il centro di comando che la dirige è l’Iran e che i suoi satelliti meglio armati sono (o meglio erano) Hezbollah in Libano e gli Houti in Yemen. Vediamo dunque uno per uno questi campi.
Iran
La “guerra dei dodici giorni” condotta da Israele e dagli Usa dal 13 al 25 giugno scorso ha fortemente danneggiato il suo progetto nucleare e anche il suo armamento aereo, missilistico e le difese antiaeree, oltre a decimare i quadri dirigenti militari e gli scienziati atomici. L’economia langue, mancano nelle città acqua, elettricità e carburante gli aiuti russi non si sono visti e quelli cinesi sono sulla carta. Il regime non crolla perché è sostenuto ancora da un’atroce repressione interna (almeno 841 esecuzioni capitali ufficialmente dichiarate dal 1º gennaio al 28 agosto 2025).
È possibile che per disperazione gli ayatollah provino a lanciare un nuovo attacco di sorpresa contro Israele, ma il risultato sarebbe quasi certamente la loro distruzione totale.
Libano
La decimazione di Hezbollah con l’operazione dei “cercapersona” e con i bombardamenti ha provocato una rivoluzione politica nel paese. La nuova dirigenza si è impegnata a disarmare quel che resta di Hezbollah e delle milizie palestiniste e a quanto pare lo sta facendo, sia pur con qualche necessario aiuto dell’aviazione israeliana. L’Onu ha deciso finalmente di abolire (fra un anno…) la sua forza locale Unifil, che era la foglia di fico dei terroristi. Israele sta progettando di ritirarsi dalle zone di intervento di qualche mese fa, per agevolare la ricostruzione di un paese che vuole liberarsi dal terrorismo.
Siria
La distruzione della capacità militare di Hezbollah ha provocato la caduta del regime di Assad. Quello di Al-Jolani che gli è succeduto ha quadri formatisi nell’Isis ed è appoggiato da una Turchia sempre più antisionista, dunque non è certo rassicurante, anche se impedisce il passaggio dei rifornimenti iraniani a Hezbollah. Israele ha distrutto gli arsenali dell’esercito siriano, ha occupato i punti dominanti del confine ottenendo libertà di intervento fino alla periferia di Damasco, ha difeso i drusi che il regime voleva distruggere, creando una zona cuscinetto preziosa alla frontiera; ora tratta con il regime per ottenere una normalizzazione alle sue condizioni di sicurezza, ma continua a garantire i drusi, e una forza speciale è intervenuta nei giorni scorsi per distruggere una centrale turca di spionaggio elettronico installata pochi chilometri a sud di Damasco.
Yemen
Dopo molti interventi aerei e navali per bloccare la linea di contrabbando di armi con l’Iran, Israele è riuscito venerdì scorso in un’altra operazione da maestro, decapitando il movimento degli Houti con l’eliminazione del Capo del Governo, dei Ministri della Difesa e dell’Interno, del vicecapo di stato maggiore e di molti dirigenti. Questo significa non solo che il movimento terrorista è a portata delle armi di autodifesa israeliana, ma anche che è stato infiltrato dall’efficientissimo servizio di sicurezza esterno (il Mossad). Gli Houti non sono ancora finiti, ma colpiti gravemente e costantemente sotto tiro. Con questa azione Israele ha reagito allo stillicidio di missili e droni sparati in questi mesi dallo Yemen sullo Stato ebraico, ma ha anche fatto un favore all’Arabia Saudita, da tempo minacciato da questi terroristi e anche all’Egitto, che ha subito perdite economiche pesanti a causa degli atti di pirateria marittima praticata da loro all’imbocco del Mar Rosso, scoraggiando così la navigazione attraverso il canale di Suez. Essi peraltro erano intervenuti quando avevano potuto per abbattere i proiettili contro Israele.
Patti di Abramo
Non a caso questi e gli altri paesi arabi moderati non si sono mai fatti prendere in questi due anni dall’isteria anti-israeliana, pur non mancando all’obbligo formale di chiedere la fine della guerra a Gaza: fra loro e Israele vige qualcosa di simile a un’alleanza informale contro l’Iran e i suoi satelliti. Ma per fine della guerra, come hanno detto chiaramente i paesi arabi in una dichiarazione comune emessa a New York due settimane fa, essi intendono il disarmo e l’espulsione di Hamas da Gaza, che si preparano ad amministrare. L’Egitto sta formando alcune migliaia di nuovi poliziotti palestinesi che terranno l’ordine nella Striscia e gli Emirati stanno collaborando alla gestione dei soccorsi umanitari, candidandosi a sostituire il Qatar come finanziatore di Gaza.
Gaza
Perché tutto ciò si realizzi, è necessario che Israele finisca il lavoro a Gaza, applicando anche qui il principio usato in Libano, Iran e altrove: come ha detto Netanyahu “chi prova a danneggiare Israele sarà messo nella condizione di non nuocere”. La fine della guerra con la resa di Hamas era già possibile un mese fa, prima del dannosissimo intervento di Macron e degli altri leader sprovveduti o demagoghi (Inghilterra, Australia, Canada ecc., per fortuna non l’Italia) che lo hanno seguito nella promessa di un prossimo riconoscimento dello “Stato di Palestina” all’Assemblea Generale dell’Onu che inizia a settembre. Ciò ha suggerito ai terroristi la possibilità di intestarsi un successo storico e quindi di resistere. Difficile dire se l’intervento di Macron sia stato solo stupido o dettato da odio antisemita e rivalità nei confronti del progetto dei patti di Abramo guidato dall’Amministrazione americana. Così l’ha comunque percepito Trump che nei giorni scorsi ha bloccato per rappresaglia l’ingresso dei dirigenti dell’Autorità Palestinese a New York dove si svolgerà l’Assemblea.
Un’offensiva necessaria
Il gesto di Macron ha però ha reso inevitabile per vincere la resistenza dei terroristi la conquista israeliana delle ultime roccaforti di Hamas a Gaza City, obbligando di conseguenza Israele a sgomberare gli scudi umani di cui i terroristi si sono circondati e mettendo in serio pericolo la sopravvivenza dei rapiti in mano ai terroristi. D’altro canto Israele non può certo cedere al ricatto di Hamas ora e abbandonare la guerra senza la sua resa, perché ciò sarebbe una sconfitta storica che aprirebbe la via a future ripetizioni del 7 ottobre e renderebbe inutili due anni di sacrifici e di vittorie. Anche l’opposizione in Israele, quella seria che aspira a sostituire Netanyahu e non i manifestanti più fanatici, se ne rende conto e infatti misura le parole, lasciando che il governo attuale sciolga i nodi politici e militari prima di cercare di batterlo alle elezioni che si svolgeranno comunque l’anno prossimo.