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    Le conseguenze del nuovo governo israeliano. Intervista a Fiamma Nirenstein

    Il 29 dicembre, dopo quasi due mesi di estenuanti trattative all’interno della coalizione, Benjamin Netanyahu ha giurato come primo ministro di fronte alla Knesset, sancendo così l’inizio del suo sesto mandato. Il governo formato da Likud, Shas, United Torah Judaism, Tzionut HaDatit, Otzma Yehudit e Noam, è considerato da tutti il più conservatore della storia dello Stato ebraico e per questo ha suscitato un’ondata di critiche preventive, persino di attacchi frontali e di inviti a protestare. 

     

    La critica ha investito in particolare alcuni membri della coalizione, quelli del partito Sionista Religioso, accusati di volere introdurre i loro valori nella gestione dello Stato. Netanyahu insieme a loro, nonostante il Likud abbia caratteristiche diverse, è stato stigmatizzato dai politici dell’opposizione, oltre che da vari enti ebraici e dalla stampa internazionale. 

     

    Per conoscere meglio quali saranno le caratteristiche di questo nuovo governo, Shalom ha intervistato la giornalista e scrittrice Fiamma Nirenstein. 

     

    “Il Likud non è mai stato alieno da varie formule di governo di unità nazionale, ma in questo caso le alleanze strette con i partiti religiosi sono anche una conseguenza del rifiuto da parte dei partiti del precedente governo che hanno scelto lo slogan unificante ‘chiunque fuorché Netanyahu’” spiega la giornalista. “Sin dall’inizio si è levata un’alzata di scudi del tutto ingiustificata contro Netanyahu e la coalizione, definendola la più oscurantista di sempre. Ed è una cosa contro ogni logica, considerando che Netanyahu è il primo ministro che nei suoi ben cinque mandati precedenti ha condotto il Paese alla sua attuale formula democratica, aperta, ricca di successi scientifici, economici e nel campo della pace, oltre che estranea a ogni forma di discriminazione e di razzismo. Che gli sarebbe successo dunque oggi al sesto mandato? Può improvvisamente impazzire, cambiare il suo retaggio e i suoi connotati storici? Netanyahu è un conservatore liberaldemocratico e non è neanche religioso” spiega. 

     

    Una prova delle nette posizioni del leader del Likud in contrasto con quelle della ministra Struck e di alcune voci isolate (dato che anche Smotrich e Ben Gvir, i più sospettati, hanno fatto dichiarazioni chiare sull’uguaglianza dei cittadini) è stata la scelta del Presidente della Knesset ricaduta su Amir Ohana, professore di diritto, leader della comunità LGBTQ in Israele, figlio di una coppia marocchina giunta agli albori di Israele. Lo stesso Ohana, all’inizio della prima seduta della Knesset, rivolgendosi ai suoi due figli e al suo partner, ha lanciato un chiaro messaggio: nessuno verrà mai discriminato. Una scelta storica, per tutto il mondo.

     

    Secondo Fiamma Nirenstein due sono i principali rischi del clima che si è creato attorno al governo. “Il primo è quello di rompere l’unità del paese, vitale a fronte dei tanti nemici che ha attorno. La chiamata dell’ex Primo Ministro a manifestare in massa, scendendo tutti in piazza contro il governo eletto e chiaramente maggioritario, è una chiamata contro la democrazia, perché come ha detto Netanyahu nel suo discorso d’apertura, è una violazione dei principi della sovranità popolare” continua la giornalista.

    “Il secondo rischio è quello di creare una situazione per cui a un Paese sempre minacciato come Israele risulterà difficile prendere delle decisioni fondamentali: per esempio, si parla di allargare il processo di pace cercando un rapporto con l’Arabia Saudita nell’ambito dei Patti di Abramo; ma soprattutto non si sa che cosa riserva il futuro dell’Iran, che è ormai sull’orlo di raggiungere la bomba atomica”.

     

    Una delle figure principali del nuovo governo sarà Ron Dermer, ministro per gli Affari Strategici, molto vicino al premier ma non legato ad alcun partito, già ambasciatore a Washington. A lui spetterà il rilevante compito di gestire il rapporto col principale alleato dello Stato d’Israele, gli Stati Uniti, su cui ha già dato prova di abilità nella sua precedente esperienza.

    “Dermer è stato fondamentale nell’organizzare il famoso intervento di Netanyahu al Senato americano e nel far retrocedere gli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano che era stato fatto da Obama, oltre che nel costruire i Patti di Abramo” ricorda. “È una scelta molto positiva, per la cultura, l’intelligenza e la liberalità di questo personaggio”.

     

    Secondo Nirenstein, quella di Dermer rappresenta una delle nomine più importanti insieme a quelle del ministro degli Esteri Eli Cohen, “speciale intellettuale liberale”, e del ministro della Difesa Yoav Galant.  “I ministri scelti da Netanyahu, i più liberali del suo partito, lo aiuteranno a gestire una situazione non facile nel rapporto con le altre forze politiche”. 

     

    Anche fra gli ebrei della Diaspora la preoccupazione per il nuovo governo si è fatta sentire nelle ultime settimane, e c’è incertezza nel difendere le scelte attuali di Israele. Secondo Fiamma Nirenstein, “Il popolo ebraico nel suo insieme deve avere più coraggio e non farsi influenzare dal clima che si è creato attorno. Deve essere fiero di Israele, la cui forza consiste proprio nei principi democratici e nel grande regalo che fa al mondo in tutti i campi con la sua democrazia, la sua creatività e la sua capacità di difendere tutti gli ebrei del mondo”.

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