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    Le testimonianze dei giovani italiani da Israele

    Sono ore di tensione in Israele, da sabato mattina è stata trascinata in guerra dai terroristi di Hamas. Le strade sono vuote, gli allarmi scandiscono il tempo di giornate che sembrano non passare mai. C’è tensione e paura, tutti sono chiamati alla solidarietà e anche chi non veste la divisa si adopera per aiutare. Tanti i giovani italiani che ci raccontano la loro testimonianza in questo senso.

    “Stamattina, assieme a dei ragazzi, abbiamo organizzato una colletta di 9.000 Shekel – ci racconta Aron, che vive in Israele – Li useremo per fare la spesa, che raduneremo a Dizengoff per spedirla ai soldati”. Anche Diana ci parla da Tel Aviv dove abita. Ieri mattina è stata svegliata presto dai genitori e rapidamente l’incomprensione ha lasciato spazio all’incredulità e poi al timore. “Non avevamo capito l’entità del problema – spiega a Shalom – essendomi trasferita dall’Italia, mi sono sentita più allarmata rispetto a chi è cresciuto qui e che è abituato ai missili. Quando però ho visto i miei conoscenti israeliani preoccupati ho capito la gravità della situazione”.

    L’attacco a sorpresa ha fatto vacillare la sicurezza interna del Paese. Fidarsi del prossimo è difficile e lo si fa con diffidenza, si esce per l’indispensabile e quando lo si fa ci si sbriga a tornare in casa. Tutto è sospettabile, dal prendere un taxi all’incontrare persone sconosciute. “Oggi abbiamo cucinato e fatto spesa per i soldati – prosegue Diana – Un volontario è partito da Ramat Gan con la macchina per raccogliere a Tel Aviv il cibo raccolto dai volontari. Gli abbiamo detto di venire, preferendo avvicinarci a lui senza dare troppe specifiche sulla nostra posizione”.

    Sono tanti gli ebrei italiani che hanno un parente o un conoscente coinvolto nel conflitto. “Una mia amica era alla festa nel deserto e ha fatto in tempo a scappare. Da lontano ha visto un ragazzo ferito a terra, è tornata in stato di choc. Un soldato di conoscenza indiretta, invece, ha perso compagni e fidanzata, non vuole più vivere” ci racconta Ghila, mentre tanti sono i giovani chiamati o richiamati al servizio di leva. Tamir è uno di loro. Dall’Italia si è trasferito in Israele, dove ha prestato servizio militare per poi iscriversi all’università. Ieri è stato richiamato come riservista, e ci scrive: “Mi sono svegliato con le sirene a Givatym. Essendo Shabbat non sapevo da dove provenissero gli attacchi, lo si aspettava più da Hezbollah che da Hamas. La situazione è degenerata in fretta, si sta consumando una strage. Un mio comandante è stato ucciso. Che il Signore protegga tutti, facendoli tornare a casa”.

    C’è rabbia e tensione. Ma non manca né l’unità né la solidarietà, scattata in tutte le città. Chi offre riparo nei bunker e chi corre per donare il sangue. “Andrò anche io” ci dicono i giovani intervistati, mentre il mondo osserva lo svilupparsi di queste ore tese e drammatiche.

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