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    Spade di ferro – giorno 48. Il rinvio della tregua e la continuazione della guerra

    Rinvio

    L’inizio della tregua per la liberazione di cinquanta
    bambini e donne rapite, che era stato annunciato da Hamas (ma non da Israele)
    per oggi alle 10 di mattina (ora di Israele, in Italia erano le 9), è stato
    rinviato, forse a domani venerdì. Il rinvio è stato deciso perché Hamas non ha
    firmato il protocollo con gli accordi dettagliati sulla liberazione e
    soprattutto non ha voluto o non è stato in grado di fornire i dettagli sullo
    stato di alcuni dei rapiti da liberare – dettagli per nulla secondari come lo stato
    in vita e la condizione fisica. L’esperienza di altre tregue con Hamas
    suggerisce il fondato sospetto di trucchi nella realizzazione dell’accordo e
    Israele vuole essere ben sicuro di ottenere quel che ha negoziato, inclusa la
    clausola per cui i rapiti non liberati siano visitati dalla Croce Rossa. Ci
    sono le prove di diverse esecuzioni di “ostaggi” da parte dei terroristi,
    magari con il pretesto che essi sarebbero stati colpiti dai bombardamenti
    israeliani. Fino a che non ci saranno le garanzie necessarie, la tregua non
    sarà messa in opera.

    I combattimenti

    Nel frattempo Israele ha attaccato con forza le
    concentrazioni terroriste individuate, tanto ciò che resta nella parte
    settentrionale della Striscia, dove agisce la fanteria, penetrando nei pozzi di
    accesso dei tunnel e facendoli saltare, quanto nella parte sudorientale, in
    particolare Khan Yunis, dove sono in corso intensi bombardamenti aerei.
    Prosegue anche l’azione nell’ospedale di Shifa, dove si è dimostrata la
    presenza di terroristi travestiti da personale medico e le forze israeliane
    hanno arrestato per complicità il direttore dell’ospedale. Un certo numero di
    giornalisti internazionali è stato ammesso a vedere di persona l’inizio del
    labirinto delle gallerie segrete dove Hamas aveva centri di comando, depositi
    d’armi e rifugi per i suoi miliziani. Proseguono anche i combattimenti sugli
    altri fronti. Con Hezbollah al confine libanese vi sono stati nuovi episodi di
    tiri di razzi anticarro e di missili più potenti contro gli avamposti
    israeliani, cui Israele ha risposto con l’artiglieria; in Siria è intervenuta
    l’aviazione.

    La situazione in Giudea e Samaria

    Altri arresti e smantellamenti di gruppi terroristici sono
    avvenuti in Giudea e Samaria, in particolare a Jenin e a Tulkarem, dove un
    gruppo terrorista già in azione è stato distrutto con un’incursione di droni.
    Questa è una cittadina araba che sta proprio sulla linea di delimitazione del
    territorio amministrato dall’Autorità Palestinese a una dozzina di chilometri
    da Netanya – il che dovrebbe far riflettere a come sia impossibile ogni
    discorso sui due stati prima dell’eradicazione completa del terrorismo. È
    chiaro che l’Autorità Palestinese non ha la capacità, ma in sostanza non ha la
    volontà di bloccare i terroristi. E l’esperienza del 7 ottobre mostra che non
    vi sono muri o barriere di protezione che tengano di fronte a un’azione
    militare vera e propria da parte delle organizzazioni terroristiche. Già girano
    immagini propagandistiche di Hamas che mostrano l’abbattimento della barriera
    costruita sulla Linea Verde per difendere la parte centrale di Israele. Solo la
    capacità, militare, ma anche politica e giuridica delle forze armate israeliane
    di intervenire tempestivamente per distruggere le aggregazioni terroristiche,
    in Giudea e Samaria come a Gaza, può garantire la tranquillità del paese.

    La guerra continuerà dopo la tregua?

    In questo senso si possono leggere alcune dichiarazioni che
    parlano della ripresa della guerra dopo il periodo concordato di tregua, fino
    alla distruzione completa delle organizzazioni terroristiche a Gaza. Lo ha
    promesso ripetutamente il primo ministro Netanyahu annunciando il cessate il
    fuoco, lo ha ripetuto oggi il capo di stato maggiore Herzi Halevi oggi in un
    discorso tenuto ai comandanti dei battaglioni impiegati a Gaza: “Stiamo
    cercando di collegare gli obiettivi della guerra, in modo che la pressione
    dell’operazione di terra porti alla possibilità di raggiungere anche
    l’obiettivo di questa guerra, cioè creare le condizioni per la liberazione
    degli ostaggi rapiti. Non porremo fine alla guerra. Continueremo finché non
    saremo vittoriosi, andando avanti e continuando in altre aree di Hamas. Sono
    molto orgoglioso di voi, state facendo un lavoro eccezionale”. Il problema
    sarà l’atteggiamento della comunità internazionale: è evidente che vi saranno
    forti pressioni per concludere del tutto l’operazione, assegnando così la
    vittoria a Hamas. Ma del problema si rende conto anche l’amministrazione
    americana, che è il partner fondamentale di Israele. Il portavoce del Consiglio
    di sicurezza nazionale della Casa Bianca, John Kirby, ha parlato mercoledì con
    i leader della comunità ebraica americana e ha affermato che gli Stati Uniti
    prevedono che la guerra tra Israele e Hamas continuerà dopo la scadenza della
    tregua […] “La lotta non è finita. La guerra non è finita. La minaccia posta
    da Hamas è ancora reale e minaccia la vita del popolo israeliano”, ha detto
    Kirby ai leader ebrei. Gli Stati Uniti, ha aggiunto, “continueranno a garantire
    a Israele gli strumenti, le capacità e i sistemi d’arma di cui hanno bisogno
    per continuare a colpire Hamas”.

     

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