Skip to main content

Scarico l’ultimo numero

Scarica il Lunario 5784

Contatti

Lungotevere Raffaello Sanzio 14

00153 Roma

Tel. 0687450205

redazione@shalom.it

Le condizioni per l’utilizzo di testi, foto e illustrazioni coperti da copyright sono concordate con i detentori prima della pubblicazione. Qualora non fosse stato possibile, Shalom si dichiara disposta a riconoscerne il giusto compenso.
Abbonati

    Spade di ferro – giorno 53. I “civili di Gaza” e il prolungamento della tregua

    Liberato il quarto gruppo di ostaggi

    In mezzo alle solite scene di molestie da parte di “civili”
    di Gaza e di pressioni da parte degli aguzzini per ottenere segni di
    “gratitudine” da parte delle loro vittime è stato rilasciato ieri sera il
    quarto gruppo di rapiti. Si tratta di nove bambini e due donne, tutti
    israeliani (oltre che di nove cittadini thailandesi). Gli israeliani sono: Or
    Yaakov: di sedici anni e suo fratello Yagiv di dodici, il cui padre Yair resta
    prigioniero di Hamas; Sharon Alony Cunio di 34 anni e le sue due figlie Emma e
    Yuli, entrambe di tre anni; anche il loro padre e marito di Sharon, David, è
    stato rapito ed è trattenuto in prigionia dai terroristi;  Sahar Calderon di sedici anni e suo fratello
    Erez di dodici; pure il loro padre resta nelle mani dei terroristi; Karina
    Engel Bart di cinquantadue anni,  il cui
    marito Ronmen è al solito trattenuto da Hamas; con lei sono stati liberati i
    figli Mika Engel di diciott’anni,  e
    Yuval di 11; e Eytan Yahalom, di dodici, il cui padre Ohad resta pure
    prigioniero.  Tutti i liberati appartengono
    al kibbutz Nir Oz, che però ha ancora quarantanove dei suoi membri prigionieri
    dei terroristi.
     

    I “civili” di Gaza: un problema etico e politico

    Nelle trattative è emerso fra l’altro che solo una parte dei
    rapiti viene trattenuto da Hamas, cui anche i terroristi legati a Fatah
    (Brigate di Al Aqsa) hanno consegnato i loro rapiti. gli altri sono in mano
    alla Jihad Islamica e anche a gruppi di persone che non appartengono a gruppi
    precisi e che andrebbero considerati “civili”, se non avessero partecipato
    spontaneamente alla strage, ammazzando, violentando e rapendo chi trovavano. A
    proposito dei “civili” di Gaza è degna di essere considerata la storia di Roni
    Kriboy, il rapito israeliano con doppio passaporto russo, che è stato liberato
    ieri da Hamas per rendere omaggio allo schieramento filopalestinese di Putin.
    Kriboy ha raccontato di essere a un certo punto riuscito a sfuggire alla
    prigionia dei terroristi e di aver cercato di nascondersi a Gaza e di tornare
    in Israele senza riuscirci per la distanza, ma anche perché è stato
    individuato, catturato di nuovo e riconsegnato a Hamas da parte di “civili” di
    Gaza. Bisogna prendere atto che fra i palestinesi non solo non esiste
    un’opposizione organizzata, non ci sono leader o movimenti politici neanche in
    esilio che dichiarino la loro opposizione alla strage o in generale al
    terrorismo, come ce n’erano anche durante il nazismo fra i tedeschi e
    naturalmente in Italia, in Francia e negli altri paesi europei. Nessuna
    resistenza, nessuna opposizione, una reazione documentata dai sondaggi di quasi
    del 90% di intervistati favorevoli e anzi fieri dell’orribile strage del 7
    ottobre. Ma non vi sono neanche “giusti delle nazioni”, persone come Schindler
    e Perlasca e tanti altri, che durante la Shoà magari conservavano idee
    favorevoli al nazifascismo ma per senso di umanità salvarono gli ebrei dalla
    morte. Evidentemente la cultura in cui sono stati allevati i palestinesi, il
    continuo lavaggio del cervello, la mescolanza di politica e religione, hanno
    distrutto in tanti di loro ogni traccia di pietà. Ogni distinzione fra
    terroristi e popolo palestinese sembra ormai un pio desiderio. Questo è un
    gigantesco problema non solo etico, ma politico, perché implica che qualunque
    forma di autogoverno, qualunque futura leadership di questa popolazione, si
    porterà dietro questo sentimento collettivo e costituirà un pericolo non solo
    per Israele, ma per tutto il mondo.
     

    Il prolungamento dell’accordo

    Questa mattina scadeva il cessate il fuoco di quattro giorni
    iniziato venerdì. Grazie alla mediazione egiziana e del Qatar, ieri esso è
    stato prolungato di altri due giorni, secondo una possibilità prevista già
    nell’accordo iniziale. Israele ha già ricevuto la lista dei rapiti che
    dovrebbero essere liberati questa sera. 
    Dei limiti di questo prolungamento e di eventuali accordi futuri non si
    è molto parlato neppure sulla stampa israeliana. Sembra che Hamas accetti ora
    di poter liberare anche gli uomini (tutti militari secondo il loro giudizio),
    in cambio di un nuovo prolungamento del cessate il fuoco. C’è per Israele
    l’imperativo morale di liberare tutti i rapiti che è possibile recuperare, ma è
    anche evidente che la tregua permette ai terroristi di nascondere meglio i
    rapiti rimanenti, magari trasferendoli anche oltre il confine dell’Egitto, e in
    generale di ricostruire le proprie forze. Più si prolunga la tregua più sarà
    difficile riprendere i combattimenti.
     

    La “comunità internazionale” e i santuari del terrorismo

    Una forte pressione internazionale è già ora in atto per
    bloccare la prossima fase del lavoro dell’esercito israeliano; non solo da
    parte del Qatar che ha dichiarato che l’obiettivo della propria mediazione è la
    stabilizzazione della tregua, ma anche da parte del “ministro degli esteri”
    dell’Unione Europea, lo spagnolo Borrell, il quale ha fatto a una conferenza
    “euromediterranea” tenita in Catalogna un discorso perfettamente analogo. Il
    Segretario di Stato (cioè il ministro degli esteri) americano Blinken inizierà
    nei prossimi giorni la sua terza missione in Medio Oriente dopo la strage. Il
    problema è che, come lo stesso capo di Hamas Khaled Mashal, ha vantato in un
    discorso tenuto dal suo comodo rifugio in Qatar “i nostri tunnel e le nostre
    armi sono intatte e pronte a combattere”; certo non tutte, molte sono state
    distrutte, ma abbastanza per minacciare una ripetizione del pogrom del 7
    ottobre in un tempo non troppo lontano. In sostanza bloccare la situazione allo
    stato attuale significherebbe concedere la vittoria a Hamas e lasciare ai
    terroristi i mezzi per riprendere il governo di Gaza, non appena le truppe
    israeliane siano uscite dalla Striscia, 
    e per attaccare ancora Israele. Di più, sarebbe un segnale per Hezbollah,
    per gli Houti, per l’Iran che li controlla tutti: vorrebbe dire che è possibile
    costituire dei territori franchi del terrorismo su cui la legge internazionale
    non ha potere e da cui possono partire le più orribili stragi e imprese
    piratesche. La “comunità internazionale” non si rende conto o non è interessata
    evidentemente alle conseguenze generali della costituzione di santuari della
    pirateria e dello stragismo, che prima o poi coinvolgerebbero tutto il mondo.
    C’è solo da sperare che la leadership israeliana, esaurite tutte le occasioni di
    liberare i rapiti, abbia la forza e la decisione per riprendere la guerra fino
    all’eliminazione totale del terrorismo da Gaza.

    CONDIVIDI SU: