Skip to main content

Scarico l’ultimo numero

Scarica il Lunario 5784

Contatti

Lungotevere Raffaello Sanzio 14

00153 Roma

Tel. 0687450205

redazione@shalom.it

Le condizioni per l’utilizzo di testi, foto e illustrazioni coperti da copyright sono concordate con i detentori prima della pubblicazione. Qualora non fosse stato possibile, Shalom si dichiara disposta a riconoscerne il giusto compenso.
Abbonati

    Commento alla Torà. Parashà di Vayshlàkh: “E sul monte Sion vi sarà la salvezza”

    di Donato Grosser

    Arrivato al confine di Eretz Israel, il patriarca Ya’akov
    (Giacobbe) mandò dei messaggeri al fratello gemello Esau al paese di Se’ir per
    informarlo che dopo essere vissuto per tanti anni presso il suocero Lavan stava
    ritornando a casa (Bereshìt,
    32:4-6). 

                    Il Nachmanide (Girona, 1194-1270, Acco)
    nel suo commento scrive che in questa parashà
    c’è un’allusione alla storia del popolo d’Israele, perché quello che avvenne a
    Ya’akov con il fratello Esau è un esempio di quello che capiterà sempre ad
    Israele con i discendenti di Esau. Pertanto è opportuno usare la stessa
    strategia di Ya’akov che si preparò all’incontro con il fratello con la
    preghiera, con regali e pronto a combattere. I Maestri osservarono che Ya’akov
    non avrebbe dovuto informare Esau del suo arrivo. Così facendo Ya’akov “Svegliò
    il can che dorme” perché Esau non aveva affatto pensato di andargli incontro.
    Un errore simile fu commesso dagli Asmonei che fecero un patto con Roma. Questa
    decisione causò più tardi la caduta del regno d’Israele nelle mani dell’impero
    romano.

                    Temendo
    il peggio, Ya’akov “divise in due gruppi separati la gente che era con lui e
    così pure il gregge, le mandrie e i cammelli, dicendo che se Esau avesse
    attaccato uno dei due accampamenti, quello rimanente si sarebbe salvato”
    (ibid., 32:8-9).

                    Nel
    Talmud babilonese (Sanhedrin, 39b) i
    Maestri citando il libro dei Re (I Melakhìm,
    18:4) menzionano che quando Jezabel, moglie del re Akhav, cercò di sterminare i neviìm (profeti), ‘Ovadyà, il direttore
    della casa reale, prendendo esempio dal patriarca Ya’akov, prese cento neviìm e
    li nascose cinquanta in una grotta e cinquanta in un’altra grotta.

                    R. Barùkh Halevi Epstein (Belarus,
    1860-1941) in Torà Temimà (p. 317,
    nota 3) scrive che ‘Ovadyà divise i neviìm
    in due gruppi per evitare che Jezabel li uccidesse tutti se fossero stati
    scoperti in un solo nascondiglio. Lo stesso ragionamento viene usato dai
    Maestri anche per le proprietà. Nel trattato Bavà Metzi’à (107b) R. Yochanàn raccomandava di dividere le
    coltivazioni in tre parti: un terzo a grano, un terzo a olivi e un terzo a
    viti. Rashì (Francia, 1104-1104)
    spiega che vi sono anni nei quali viti e olivi vengono danneggiati e ciò non
    avviene con il grano, o viceversa, e in questo modo c’è sempre qualcosa che si
    salva.

                    Durante
    la Prima Guerra Mondiale, quando il fronte si avvicinava alla cittadina di
    Radin, allora in Polonia al sud del confine con la Lituania, dove era locata la
    residenza e la yeshivà di R. Israel Meir
    Kagan (Belarus, 1839-1933) detto Chafetz Chayim dalla sua opera più famosa,
    i capi della yeshivà deliberarono sul da farsi. Se fossero rimasti tutti sul
    posto avrebbero rischiato di rimanere coinvolti nei combattimenti e inoltre
    c’era il pericolo che i russi li avrebbero accusati di spionaggio a favore dei
    tedeschi perché la lingua yiddish era un dialetto derivato dal tedesco. R.
    Kagan disse che il Creatore aveva già dato istruzione nella Torà di come
    comportarsi in tali frangenti e cioè di seguire l’esempio di Ya’akov e
    dividersi in due gruppi.

                    Anni
    dopo, nel 1931, durante il primo giorno della festa di Sukkòt dopo la tefillà il
    nonagenario Chafetz Chayim disse che temeva che si sarebbe avvicinato un
    periodo in cui tutti sarebbero stati in pericolo. Quando i nazisti vennero al
    potere in Germania il 30 gennaio del 1933, R.
    Yosef Shelomò Kahaneman (Lituania, 1886-1969, Bene Berak) chiese al Chafetz
    Chayim se i nazisti sarebbero riusciti a distruggere tutti gli ebrei. Il
    Chafetz Chayim rispose che nessuno sarebbe mai riuscito a distruggere Israele citando
    il versetto: “Se Esau avesse attaccato uno dei due accampamenti, quello rimanente
    si sarebbe salvato”. R. Kahaneman allora chiese dove era l’accampamento che si
    sarebbe salvato. Il Chafetz Chayim rispose che la risposta era nei libri dei
    neviìm (profeti) dove è scritto: “E sul monte Sion vi sarà la salvezza e sarà kòdesh,
    intoccato” (‘Ovadyà, 1:17). R. Kahaneman, lasciata la Lituania dove era stato
    capo della yeshivà di Ponevezh e anche membro del parlamento, si imbarcò a
    Trieste ed arrivò in Eretz Israel nel 1940 dove fondò nuovamente la sua
    yeshivà. Sul muro della yeshivà affisse l’iscrizione: “E sul monte Sion vi sarà la salvezza e sarà kòdesh”
    (in allegato la foto della yeshivà nel giorno dell’Indipendenza con la bandiera
    dello Stato d’Israele).
      

    CONDIVIDI SU: