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    I dodici presidenti, Israele e il mondo ebraico

    Termina il settennato di Sergio Mattarella e, come di consueto, è tempo di bilanci. Dalla nascita della Repubblica, sono 12 i presidenti che si sono avvicendati al Quirinale. Ma chi sono stati i capi dello Stato dal ’46 ad oggi? E che rapporto hanno avuto con la comunità ebraica e con Israele? Ne parliamo con Alberto Orioli, vicedirettore de Il Sole 24 ore, ed autore dei Dodici Presidenti, libro edito proprio dal Sole24 ore (anche in forma di Podcast grazie a un accordo con Audible) disponibile in edicola e in libreria. Intanto chiediamo subito ad Orioli perché ha scritto questo libro. “Ero molto incuriosito dalle vite dei presidenti per capire le emozioni, il portato culturale, il credo, le ambizioni dei dodici. L’elemento personale e psicologico mi sembrava quello più interessante. La domanda di fondo è: come fanno i diversi presidenti a incarnare l’istituzione a diventare istituzione?”.

     

    Nel nostro viaggio, ci soffermeremo sui presidenti che hanno avuto un ruolo importante rispetto al mondo ebraico.

     

    Enrico De Nicola 1946-1948. “Aveva rifiutato di fatto l’elezione a senatore del Partito fascista, ma restò in carica ugualmente anche se annunciò di non voler partecipare ai lavori parlamentari. Con una eccezione: il voto sui Patti lateranensi. Gli è stato giustamente rimproverato di non aver fatto un’altra eccezione: votare no alle leggi razziali”, spiega Orioli. 

     

    Giovanni Gronchi, 1955-1962, colui che – si legge nel libro di Orioli – “si prostra, ginocchio a terra, e bacia l’anello del pontefice”. Che nel 1955 è Pio XII, il papa del silenzio. “Quella di Gronchi è una gaffe direi plastica, ingigantita dalle fotografie di allora. Nessuna delle autorità italiane si era mai prostrata a quel modo e nessuno mai lo farà più”, spiega Orioli. “Ma la caratteristica pesante del suo settennato è l’ingerenza nella crisi di Suez nel 1956 con posizione eccessivamente filo arabe. Il governo cerca una posizione europea e di equilibrio nei rapporti con i paesi arabi e con gli israeliani, mentre Gronchi è schierato completamente a favore dell’operazione di Nasser. Vuole stabilire una primazia nei rapporti con i paesi arabi, contro la posizione di Francia e Gran Bretagna, ma mette in forte imbarazzo la diplomazia italiana. Era il suo modo di creare una geopolitica del petrolio, ma risultò velleitaria e contraddittoria”. 

     

    Giuseppe Saragat, 1964-1971, considerato il grande amico d’Israele. “In effetti è così, anche qui con delle fughe in avanti rispetto alla linea dell’esecutivo che cerca di bilanciare i rapporti con i paesi arabi e, in caso di azioni belligeranti, di schierarsi con le Nazioni Unite. Saragat crea problemi all’allora ministro degli esteri Amintore Fanfani durante la Guerra dei Sei Giorni del ’67. È un momento in cui ci sono ambiguità profonde all’interno della maggioranza, Fanfani è filoarabo, il psi di Nenni è pro-Israele. Per tenere unito il governo, il compromesso che si trova è limitarsi a sostenere le posizioni dell’Onu.  Indipendentemente dalla guerra in Medio Oriente, Saragat va ricordato perché è il primo presidente a visitare Auschwitz, la Shoah è un tema frequente dei suoi discorsi. Per primo teorizza la forza del recupero della memoria”.

     

    Sandro Pertini, 1978-1985, uno dei presidenti più contestati dalla comunità ebraica negli anni in cui, settembre 1982, il leader dell’Olp Yasser Arafat entrò a Montecitorio con la pistola. Chiediamo ad Alberto Orioli la sua opinione. “Più che esprimere un’opinione registro i fatti: Pertini ha un atteggiamento pesantemente propalestinese che lo sbilancia nei rapporti con Israele e raggiunge un momento di crisi forte nella sua nota ufficiale di commento al massacro di Sabra e Shatila dove accusa Israele di aver deliberatamente fatto finta di non vedere il massacro operato dalla Falange dei cristiani maroniti nei confronti dei palestinesi. Questo crea un vulnus molto forte che difficilmente viene recuperato e Pertini rimane un personaggio un po’ a sé tra l’Italia e Israele”.

     

    Francesco Cossiga, 1985-1992, il presidente picconatore e rivelatore che ipotizza una pista palestinese per la strage di Bologna dell’80 e una mancata copertura del governo italiano nell’attentato alla sinagoga dell’82. “Riguardo alla strage di Bologna – racconta Orioli – all’inizio Cossiga fa riferimento a una presunta rappresaglia libica a causa di un sequestro di un carico di armi destinato a forze palestinesi, ma poi smentisce tutto”. Rispetto all’attentato alla sinagoga, Orioli cita l’intervista rilasciata dal Cossiga a Yediot Aharonot dell’ottobre 2008.  “Cossiga lancia una delle sue picconate secondo cui c’era stato un “lodo Moro” in base al quale l’Italia si sarebbe garantita l’immunità dagli attentati terroristici da parte dei palestinesi in cambio di una libertà di azione sul territorio italiano considerato come base logistica e strategica. Cossiga in verità non destò particolare scalpore in quel momento, né fu oggetto di attenzione mediatica. Recentemente invece le rilevazioni sull’attentato alla Sinagoga hanno puntato i riflettori nuovamente sul cosiddetto Lodo Moro”.

     

    Oscar Luigi Scalfaro, 1992-1999, riporta il Quirinale al rigore dopo il settennato di Cossiga. “Scalfaro è un cattolico praticante che però ha da sempre un’attenzione profonda verso il mondo ebraico. è il fondatore dell’Associazione dei parlamentari amici di Israele. Fatto che lui rivendica come lasciapassare di buona fede e di onestà intellettuale per le critiche che muoverà a Netanyahu in uno dei momenti di massima tensione nell’area, quando il Governo annuncia un grande piano di insediamento di abitazioni ebraiche nella parte araba di Gerusalemme. Scalfaro fa una dichiarazione ripresa a livello internazionale: «E’ un atto di guerra alla pace». Questo provocherà le proteste di Netanyahu all’ambasciatore italiano”.

     

    Carlo Azeglio Ciampi, 1999-2006. “Ciampi prende le distanze dalle politiche di Israele quando di fatto l’esercito israeliano cinge d’assedio la residenza di Arafat creando una escalation molto pericolosa. Per Ciampi è un’azione del tutto improduttiva e inutile da un punto di vista diplomatico. Ciampi però è uno dei primi a chiedere il riconoscimento dello Stato d’Israele e lo fa proprio mentre la nuova leadership iraniana di Ahmadinejad nel 2005 chiede l’annientamento dello Stato Ebraico. Ciampi non ha dubbi su quale sia la parte con cui schierarsi. E diventa una posizione dalla vasta eco internazionale”. È poi amico di Rav Elio Toaff, sono entrambi livornesi, hanno fatto l’università insieme. “Ci sono incontri diversi. Lo cita almeno un paio di volte, durante il suo viaggio in Italia quando va a Livorno. Lo ricorda come amico personale, entrambi _ dice _ avevamo subito il fascino di vivere in una città aperta al mondo e agli scambi e dunque a un’idea di fratellanza universale”.

     

    Giorgio Napolitano, 2006-2015, il novennato, sette anni più due, unico presidente rieletto dal parlamento. “È molto amico di Israele. Va varie volte in visita in Israele e vede insieme a Roma Shimon Peres e Abu Mazen per sostenerli nello sforzo del cammino di pace. È il primo non israeliano a ricevere la medaglia del Presidential award of distinction dello Stato Ebraico. Vince il premio Dan David e destina i fondi all’orchestra mista gestita da Daniel Barenboim di musicisti ebrei e palestinesi”. Poi è il primo a includere il piccolo Stefano Gaj Taché, il bambino di due anni morto nell’attentato alla Sinagoga dell’82, tra le vittime del terrorismo. “Compie questo gesto importante che modifica la percezione da parte delle istituzioni italiane sull’attentato alla Sinagoga dopo le gaffe di Pertini e chiude la stagione di ambiguità con l’inserimento del nome del bimbo tra le vittime del terrorismo. La massima autorità italiana riconosce la gravità dell’atto e lo qualifica per quello che era stato effettivamente, un gesto di terrorismo internazionale”. 

     

    Sergio Mattarella, 2015-2022. “Sergio Mattarella ha tenuto fermo il presidio contro una deriva strisciante verso l’antisemitismo che in varie forme caratterizza la nostra contemporaneità. Lo ha ribadito in più occasioni, non ultima quella del suo viaggio a Gerusalemme per l’anniversario dei 75 anni dalla liberazione di Auschwitz. Ma l’atto di testimonianza attiva più evidente è stata la nomina di Liliana Segre a senatrice a vita. Una scelta che prova l’urgenza del rispetto della memoria come strumento per comprendere il presente e per evitare errori e aberrazioni già compiuti che, come insegna Primo Levi, se sono successi, potrebbero succedere ancora. Mattarella non ha mai nascosto come le leggi razziali del Ventennio siano state una delle pagine più ignobili della nostra storia. E ha più volte rinnovato il suo impegno nella lotta contro l’ignoranza e la violenza che, spesso, sono la radice culturale dell’abominio dell’antisemitismo e del razzismo”. Mattarella ha poi ricordato il piccolo Stefano Gaj Taché nel suo discorso di insediamento e lo ha definito «un bambino italiano». “Un modo non retorico per dare conto della forza dei rapporti tra Italia e Israele”.    

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