
Che l’estate appena iniziata non promettesse nulla di buono ce ne siamo accorti subito, quando davanti a un’orata con patate e la vista sulle isole pontine un’amica storica ha iniziato ad alzare la voce e ad attaccarci in quanto ci ostiniamo a difendere le ragioni di Israele; guai poi a nominare Bibi Netanyahu. Gli ebrei della diaspora sono responsabili in tutto e per tutto di quanto succede a Gaza, in primis dei bambini uccisi dai raid dell’Idf e che “muoiono di fame”. Non una critica a dati diffusi da Hamas presi come oro colato, non un accenno agli ostaggi, anzi, appena ne parli, ti rispondono: “ancora con questi ostaggi?” Mi chiedo cosa farebbero se avessero un figlio, una figlia, una moglie, un marito, un padre o una madre sotto i tunnel dei “compassionevoli combattenti” di Hamas. Mio marito cerca di spiegare che lui è dovuto scappare nel 1967 dalla Libia, che ha i nipoti che combattono a Gaza, che lui è italiano, vota in Italia, non vota in Israele.
Ma ormai siamo indicati come assassini e generiamo disgusto. Poi sono iniziati i post su fb. Un mio amico che fino a poco tempo fa si vantava di essere considerato ebreo e di accendere le luci di Hannukkah, pubblica la pietra d’inciampo con scritto “genocidio”. Adesso, non si finge più ebreo, adesso non fa più chic. Mi permetto una critica. Mi risponde subito che non commenta i post “raccapriccianti” che pubblico. I quali, ci tengo a ribadirlo, non attaccano mai la popolazione civile di Gaza, ma parlano d’Israele e della lotta ad Hamas, un’organizzazione terroristica che secondo qualche sedicente avvocatessa “ha fatto anche cose buone”.
Malgrado le critiche e i “buoni consigli” a non postare, è più forte di me. Pubblico le foto di uno dei “giornalisti” uccisi dall’esercito col macellaio Yaya Sinwar. Che molti, non tutti, i giornalisti a Gaza possano essere collusi con Hamas mi sembra una logica conseguenza della vita sotto le dittature. Altrimenti si rischia di fare la fine di Anna Politkovskaja. Mi sorprendo che i giornalisti italiani lo ignorino o facciano finta di ignorarlo. Infatti, subito si palesa una mia collega che mi accusa di pubblicare “bovinamente” le veline dell’Idf. Ma invece noi media italiani che pubblichiamo “bovinamente” i dati del fantomatico ministero della Salute di Gaza? Che poi vorrei tanto sapere dove si trovi, sotto i tunnel? In un paese amico? Sulla luna?
Ma in questa guerra mediatica e bovina, ahimè, non c’è spazio per il dubbio. In quella che ormai chiamo “ossessione Gaza”, una sorta di psicosi collettiva degna dei terrapiattisti a pensiero unico, ci sono i buoni e i cattivi e noi ovviamente siamo dalla parte dei cattivi. Continuo a ripetere nelle discussioni ragionamenti del tipo immaginatevi se in Italia, facendo le dovute proporzioni, la mafia avesse ucciso 7500 persone e ne avessero rapite 1500. Che avremmo fatto? Il consenso alla mafia non venne meno quando Giovanni Brusca uccise e sciolse nell’acido il piccolo Santino Di Matteo? E allora cosa avrebbero dovuto fare gli israeliani quando Hamas ha ucciso e strangolato i fratelli Bibas? Ah, ma questo è differente, qui c’è la volontà di sterminare un popolo. Che, statistiche alla mano, è in esplosione demografica.
Così, continuiamo ad assistere alla criminalizzazione. Un bel giorno, una dottoressa e un’infermiera si riprendono mentre gettano farmaci israeliani in una struttura pubblica. “Eravamo fuori dall’orario di lavoro ed erano campioni gratuiti”. Sì, ma questi campioni “gratuiti” qualcuno li avrà anche pagati o no? E allora perché non andare a lavorare nel privato e somministrare i farmaci che si vuole?Il campo della sanità pubblica rivela poi altre sorprese. I medici si fanno ritrarre in corsie d’ospedale con tanto di bandiera palestinese. Ma non devono lavorare? Ai pazienti italiani chi ci pensa? Che gli fanno la fasciatura con la bandiera propal? Vessillo tanto di moda anche nell’improvvisazione farsesca dei cinque stelle a Montecitorio, degna più di puffi che di deputati.
L’escalation raggiunge il picco in questi ultimi giorni estivi. Un celebre comico dice dal palco che il 7 ottobre sono tutte ca…e, che bisogna studiare, che gli israeliani vogliono conquistare il mondo, tesi peraltro già molto popolare durante il Terzo Reich. Ma non è meglio dedicarsi alle disavventure di Jean Claude e fare il proprio mestiere, ovvero il comico? Una cantante che deve parte del suo successo al fisico impeccabile decide di finire il concerto avvolta nella ormai famosa bandiera. Ma lo sa che a Gaza la coprirebbero dalla testa ai piedi e che non potrebbe cantare? O l’attrice che l’anno scorso si era fatta fotografare col ventaglio “stop the genocide” si vanta di finire tutti gli spettacoli sempre tirando fuori la tanto sbandierata bandiera. Ma a Gaza sarebbe libera di recitare? Se l’è mai chiesto? Il massimo si raggiunge quando un gruppo di cineasti decide di far diventare la mostra del Cinema di Venezia judenfrei come nel 1938 e sceglie come logo una “Palestina from the river to the sea” che non lascia spazio alla tanto decantata soluzione “due popoli, due stati”. Un’iniziativa le cui adesioni sono chieste sommariamente per fermare la guerra su Gaza e che non menzionavano l’epurazione degli artisti israeliani tanto che anche un famoso cineasta è costretto a correggere il tiro e a dire di “essere stato messo in mezzo” e che, potremmo aggiungere noi, non è stato un sacco bello. Sembra proprio che se non si firmano appelli propal o peggio ci si dichiara filoisraeliani in Italia in certi ambienti non lavori più. Ma noi stiamo parlando di Gaza, di Israele, no, non siamo antisemiti, critichiamo il governo di Bibi Netanyahu. Che, ricordiamo, piaccia o no, è stato eletto democraticamente proprio come quello di Giorgia Meloni.
Poi dopo tre mesi di arrampicate sugli specchi, c’è un professore di diritto universitario, già arrestato e accusato di peculato e falso ideologico in passato, che decide di gettare la maschera dell’ambiguità. E consiglia su fb di iniziare a dare un segnale, di togliere l’amicizia agli amici ebrei. Mi sorprende che ne possa avere, ma il nostro presagio si palesa certezza: non era soltanto antisionismo, ah, c’era qualcos’altro. L’avevamo predetto all’inizio della stagione che qualcuno prima o poi avrebbe ritirato fuori i vecchi stereotipi, i protocolli dei Savi di Sion e magari anche l’accusa di deicidio. Perché gratta, gratta, questo è ed è inutile che si continui a negare: il noto ed eterno antisemitismo. L’estate sta finendo, cantavano i Righeira, e per fortuna, aggiungiamo noi. Ma non illudiamoci. L’antisemitismo è sempre di moda, in tutte le stagioni.