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    La politica italiana e Israele alla vigilia dell’attentato del 9 ottobre 1982. Intervista a Maurizio Molinari direttore de La Repubblica

    L’attentato del 9 ottobre 1982 coincise con una fase di forte tensione nei rapporti fra Italia ed Israele, che cambiarono poi radicalmente dopo il crollo della Prima Repubblica all’inizio degli anni Novanta. In questa intervista a Maurizio Molinari, direttore di Repubblica, ricostruiamo il clima politico dell’epoca e le sue conseguenze, che arrivano fino a noi.

     

    Nel 1982, l’Italia era guidata da un governo pentapartito (Dc, Psi, Psdi, Pri e Pli) con l’opposizione capeggiata dal Pci. E al Quirinale c’era Sandro Pertini, un socialista. Come erano maturati fino ad allora i rapporti della Repubblica italiana con lo Stato ebraico?

    L’Italia repubblicana, dal 1948, aveva avuto rapporti stretti con il giovane Stato d’Israele. Il governo ne aveva salutato e sostenuto la nascita e l’opposizione, guidata dal Pci, aveva anch’essa una posizione aperta perché l’URSS vedeva nei laburisti israeliani, al governo del Paese, un alleato nella lotta alle potenze coloniali, Gran Bretagna e Francia. La situazione inizia a cambiare con la crisi di Suez, nel 1956, e poi precipita nel 1967 quando Mosca si schiera con il tentativo militare di Egitto e Siria di distruggere Israele e, dopo la Guerra dei Sei Giorni, si schiera nettamente contro lo Stato ebraico, iniziando una campagna di propaganda massiccia per delegittimare il sionismo, fino a paragonarlo a razzismo e nazismo. Il Pci, allora stretto alleato di Mosca, fa proprie queste posizioni, sposando l’antisionismo come forma di anticolonialismo, e portando questo approccio nella politica interna italiana. All’inizio degli anni Settanta l’ostilità verso Israele è circoscritta al Pci ed all’estrema sinistra ma quando il Psi perde Nenni, il successore Craxi dopo una breve fase di attenzione alle ragioni di Israele, si avvicina alle posizioni del Pci, al fine di strappargli consensi a sinistra. Siamo nella stagione del Compromesso Storico – il fallito tentativo di un governo Dc-Pci – e per la Dc che cerca convergenze con il Pci il Medio Oriente diventa una di queste, forse quella più politicamente facile da perseguire. Fino al Consiglio europeo di Venezia del 1980 che vede l’Italia di Andreotti guidare la Comunità europea nel riconoscimento dell’Olp come legittimo rappresentante dei palestinesi quando era invece ancora un’organizzazione terrorista che si opponeva all’esistenza di Israele. È un clima che cresce anche per impatto della guerra del Kippur nel 1973, quando l’embargo petrolifero arabo all’Europa per impedire aiuti ad Israele assediato spinge il governo a guida Dc prima ad opporsi all’invio di maschere antigas allo Stato ebraico e poi a negare il diritto di atterraggio agli aerei cargo americani impegnati in una gigantesca operazione di aiuto per consentire a Israele di avere armi a sufficienza per respingere l’attacco a sorpresa lanciato da Egitto e Siria. Sono anni nei quali in Italia il Pci guida la campagna anti-Israele – con pochissime eccezioni, come quella del senatore Umberto Terracini – il PSI di Craxi gli fa concorrenza, la Dc di Andreotti trova nella scelta filo-araba un collante con PSI e Pci, e dunque a difendere le ragioni di Israele restano i tre piccoli partiti laici – il Pri di Spadolini, il Psdi di Saragat e il Pli di Malagodi- assieme ai radicali di Marco Pannella. Si tratta però di forze politiche minoritarie e fra gli ebrei italiani cresce una sensazione di forte isolamento, quasi accerchiamento. Non solo in Parlamento ma anche nella vita sociale, nelle scuole pubbliche. Anche perché il Vaticano in quel momento ancora non riconosce l’esistenza di Israele, anzi giustifica la Diaspora come la punizione nei confronti degli ebrei colpevoli di non aver creduto a Gesù come Messia.

     

    E poi arrivò la guerra israelo-libanese del giugno 1982. Che impatto ebbe?

    Ebbe un impatto devastante. Israele aveva Begin premier e Sharon ministro della Difesa, dopo l’attentato all’ambasciatore a Londra, attaccò il Libano con la dichiarata intenzione di obbligare l’Olp a smantellare le sue basi nel Sud. Sharon andò oltre la missione originaria e portò l’offensiva fino a Beirut, riuscì ad obbligare Arafat a rifugiarsi con i suoi fedelissimi a Tunisi, ma la strage di Sabra e Chatila in cui morirono centinaia di civili palestinesi – compiuta da miliziani falangisti libanesi in un’area in quel momento controllata dalle forze israeliane – innescò in Europa e negli Stati Uniti un processo pubblico a Begin e Sharon che andò ben oltre le legittime critiche al loro operato, spingendosi spesso fino a delegittimare l’esistenza di Israele. La stessa Israele dove, nel cuore di Tel Aviv, in centomila manifestarono proprio contro la guerra in Libano.

     

    Cosa avvenne in Italia?

    L’Italia fu uno dei Paesi europei dove la campagna anti-israeliana ebbe più successo. Arafat in settembre venne per la prima volta in visita ufficiale a Roma, fu accolto da Pertini al Quirinale e parlò in Parlamento coperto dagli applausi. Gli fu consentito anche di entrare a Montecitorio senza togliersi la pistola che portava alla cintola. Solo repubblicani e radicali ebbero il coraggio di alzare la voce per distinguersi dal coro di unanime di condanna nei confronti di Israele.

     

    Cosa successe dopo la visita di Arafat?

    Arafat arrivò a Roma il 15 settembre, accolto in un clima di forte solidarietà pubblica. Ciò che più colpiva in quella stagione era come nessuno contestasse ad Arafat né all’Olp l’intenzione programmatica, contenuta nel suo statuto, di eliminare lo Stato d’Israele. Eppure era lì, nero su bianco. Lo Stato ebraico doveva sparire, gli israeliani avrebbero dovuto essere rigettati in mare, gli altri sterminati. Era un elemento-chiave dell’ideologia dell’Olp, espressione del più estremo nazionalismo arabo che aveva nell’egiziano Nasser il suo leader simbolo, ma solo in pochi lo ricordavano. Prevalevano in maniera assordante le critiche, aspre ed uniformi, alle scelte politiche e militari di Israele. Nulla da sorprendersi se in questo clima il 25 giugno 1982 un corteo sindacale depositò una bara vuota davanti alla Sinagoga di Roma. Fu un momento agghiacciante.

     

    Quale fu l’impatto dell’attentato del 9 ottobre?

    Scarso. Prevalse una generalizzata sottovalutazione da parte del mondo politico. Anche qui, con l’eccezione di Pannella e Spadolini, i primi che arrivarono al Tempio poco dopo l’attentato per portare solidarietà. Per gli ebrei romani quell’aggressione armata, la prima dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, era frutto dell’ostilità crescente nel Paese contro Israele. Per la maggioranza dei leader nazionali era una tesi inaccettabile. Non lo comprese neanche Pertini, che ebbe difficoltà a realizzare perché il rabbino capo Elio Toaff gli chiede di non partecipare ai funerali del piccolo Stefano Taché “perché rischiava di essere contestato”. Pertini neanche tre settimane prima aveva accolto Arafat al Quirinale, come poteva essere accolto a Portico d’Ottavia per l’estremo saluto alla vittima dell’attentato? Per Toaff, e per gli ebrei romani con lui, la connessione era diretta. L’allora Capo di Stato rimase sorpreso. Credo perché in ritardo nella comprensione del legame, profondo e violento, fra antisemitismo ed antisionismo che l’attentato aveva provato.

     

    Fino a quando è durato l’isolamento politico di Israele in Italia?

    Fino all’inizio degli anni Novanta, quando vi fu una coincidenza fra eventi di portata epocale in Medio Oriente e nel nostro Paese. In Medio Oriente il 1991 fu l’anno della Prima Guerra del Golfo, durante la quale il dittatore iracheno Saddam Hussein lanciò grappoli di missili Scud contro le città israeliane e il governo di Shamir decise di non reagire, mostrando una forza d’animo straordinaria che mise in ulteriore risalto la violenza dell’ideologia antisionista che permeava il nazionalismo arabo. Le conseguenze vi furono anche in Vaticano, dove Giovanni Paolo II si affacciò una domenica dalla finestra su Piazza San Pietro per esprimere solidarietà a Israele, nel gesto allora senza precedenti che schiuse la via al riconoscimento reciproco. E poi, nel settembre 1993, gli accordi Oslo portarono alla stretta di mano di Washington fra il premier Rabin e Yasser Arafat, con un’intesa – anche qui – sul riconoscimento reciproco che portava l’Olp ad abrogare il suo statuto lì dove prevedeva la distruzione di Israele e, quindi, Israele a riconoscere nell’Olp l’interlocutore politico per raggiungere la formula “due popoli, due Stati”. In parallelo, in Italia, la fine della Prima Repubblica, travolta da Tangentopoli, portava alla trasformazione radicale di partiti che avevano avuto in seno i germi dell’ostilità verso Israele. Cambiò il Pci, guidato da Occhetto, Napolitano e Fassino, diventando il Pds che ricostruì il legame lacerato con il mondo ebraico dopo la Guerra dei Sei Giorni. E cambiò la Democrazia Cristiana, generando forze di ispirazione cattolica capaci di affiancare la scelta di Giovanni Paolo II di dare vita ad un nuovo legame con Israele. Mentre a destra il vecchio Msi di Almirante, erede politico della Repubblica di Salò, lasciava il posto ad Alleanza Nazionale che con Gianfranco Fini avrebbe definito il fascismo come “male assoluto” durante un viaggio allo Yad VaShem le cui conseguenze arrivano fino a noi. Tali e tanti eventi produssero in Italia un clima diverso, l’antisionismo calò di intensità e gli ebrei tornarono in numeri significativi ad essere protagonisti della vita pubblica, accolti su ogni fronte.

     

    La manifestazione in difesa di Israele del maggio 2021 a Portico d’Ottavia, che ha visto avvicendarsi sul palco i rappresentanti di quasi tutte le formazioni presenti in Parlamento, può essere intesa come una conseguenza di questo processo?

    Assolutamente, sì. È la cartina tornasole di un’Italia democrazia matura, dove l’avversione ideologica pregiudiziale nei confronti di Israele o degli ebrei non ha più diritto di cittadinanza.

     

    Ciò significa che l’antisemitismo e l’antisionismo sono in ritirata nel nostro Paese?

    Non lo sono, né in Italia né nelle altre democrazie occidentali.

     

    Ci spieghi perché…

    In ogni stagione l’avversione per gli ebrei cambia pelle. Nel senso che somma elementi frutto del passato con caratteristiche nuove, impatto del presente. Se facciamo attenzione a quanto sta avvenendo oggi in Europa e negli Stati Uniti ci rendiamo conto che l’aggressività anti-ebraica e/o anti-israeliana si veste di termini e argomenti diversi. Sul fronte delle forze populiste di destra – i sovranisti tanto presenti in Europa Orientale ma anche fra gli ultra conservatori negli Stati Uniti – il tema più diffuso è l’accusa agli ebrei di essere “a favore dei migranti” ovvero contro l’identità etnico-nazionale del Paese di nascita. Così come nelle forze populiste di sinistra, penso al Labour britannico guidato da Corbyn o alle posizioni più radicali presenti nei democratici americani, la delegittimazione di Israele oramai è morale, passa attraverso l’aberrante paragone con l’apartheid in Sudafrica e per il sostegno alle campagne del movimento “Bds” per boicottare qualsiasi individuo, azienda e Ente riconducibile allo Stato ebraico. In tali ultimi casi, la questione palestinese è oramai pressoché ininfluente, ciò prevale è l’ostilità più estremista all’esistenza di Israele. Si tratta di sviluppi nuovi, che si legano alle nuove dinamiche del populismo in Occidente, e distinguono le forze più radicali, a destra come a sinistra, nelle loro campagna contro i principi dello Stato di Diritto che distinguono le nostre democrazie rappresentative.

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