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    Lele Luzzati. Un immaginario dal respiro universale

    Ci sono amici e amici del cuore. Per la Comunità Ebraica di Casale Monferrato Emanuele (Lele) Luzzati era l’amico del cuore e in occasione del centenario della sua nascita viene inaugurata oggi pomeriggio alle 18 nella Sala Carmi della Comunità la mostra “Emanuele Luzzati un immaginario di respiro universale “. Fino al 21 giugno i visitatori potranno ammirare alcune opere di grande fascino: dai piatti per il Seder di Pesach alla Parochet. La mostra è un’occasione per raccontare la straordinarietà di un artista innovativo che continua ad agire e a influenzare, la sua interazione con tanti campi artistici diversi: il teatro, la musica, il cinema, la grafica dove il suo stile ha avuto effetti profondi.

     

    Lele Luzzati è stato uno degli artisti visivi più importanti nella cultura italiana del secondo Novecento e resterà nella storia dell’arte del nostro paese. Le sue tecniche, come il collage, l’uso di materiali eterogenei, la citazione dalle illustrazioni popolari e infantili sono state profondamente innovative e soprattutto lo è stato il suo mondo poetico, quel pensiero magico che ha animato instancabilmente la sua creatività, la dolce ironia citazionista, il piacere del gioco visivo, il gusto inesauribile della sorpresa di un immaginario antico e condiviso, il divertimento per la semplicità dei giochi visivi

     

    Quale è la ragione del carattere ebraico del suo lavoro, della sua appartenenza eminente alla cultura ebraica, che è sempre stata data per scontata e raramente analizzata? Nell’arte di Lele Luzzati c’è un filone di ricerca esplicito sulla tradizione ebraica, con scene bibliche e sinagogali, momenti rituali e storie mitiche che testimoniano di un interesse costante, di una voglia di raccontare e di testimoniare il mondo ebraico. In queste immagini leggiamo una partecipazione non di maniera, un affetto, un coinvolgimento profondo: ebreo laico e aperto al mondo moderno, Lele Luzzati si collocava però dentro a un mondo umano e materiale fatto di antiche sinagoghe ombrose e di rabbini barbuti avvolti negli scialli rituali bianchi e neri, di tavole del decalogo e di rotoli della Legge.

     

    Chi ama l’ebraismo nelle sue tradizioni, nei suoi gesti, nei suoi austeri rituali, nei suoi canti a voce nuda, nei suoi oggetti di culto non può non ritrovarsi in queste immagini semplici e profondamente evocative. La poesia della fede ebraica è difficilmente stata mai colta con più tenera partecipazione e più viva sensibilità. Ma c’è di più, c’è partecipazione alla cultura ebraica nell’arte di Lele Luzzati. Essa consiste nel fatto di incontrarsi, in maniera originale col problema dell’impossibilità dell’immagine che è caratteristico di buona parte della cultura artistica del Novecento. Una delle caratteristiche più specifiche dell’arte di Luzzati è un uso delle immagini in cui esattamente questo effetto di realtà è continuamente messo in dubbio, in cui la raffigurazione è vista sotto il filtro della fiaba, dell’oggetto trovato, della citazione, della memoria onirica, come figurazioni insomma in cui ciò che è più apprezzabile è la differenza o la distanza rispetto al loro oggetto, il richiamare più la serie delle immagini e il gioco che si sviluppa fra di loro che un presunto oggetto. L’arte di Luzzatti è figurativa, dolcemente e allegramente figurativa; ma la sua figurazione è la più lontana possibile dall’idolatria della rappresentazione, così come le favole dei bambini sono narrazioni che vivono e appassionano senza la pretesa di raccontare il mondo reale, ma anzi appassionano proprio per il fatto di prendere congedo da esso e di comunicare significanti puri. È profondamente ebraica l’idea di base di Lele Luzzati, quella di rispondere alla crisi della rappresentazione sostituendovi la fantasia, intesa coma una combinatoria dell’immaginario condiviso. Per questo la sua arte è uno dei momenti più alti e intensi della cultura ebraica del Novecento sul piano visivo.

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