
Cosa accade quando la scienza e la medicina collaborano con i regimi totalitari e, invece di curare, escludono e condannano a morte? E cosa succede ai medici e studenti ebrei quando l’università – il luogo del sapere e dei diritti – diventa uno strumento di persecuzione sotto quei regimi? Studenti ebrei di cui si sa ancora poco e sui quali gli studiosi della Sapienza Università di Roma stanno avviando nuove e importanti ricerche.
Da queste domande è partito l’incontro ‘Sapienza per la memoria. Medicina e Shoah: ricerche in corso’, organizzato dalla Sapienza Università di Roma in occasione del Giorno della Memoria. Non una commemorazione formale, ma una mattinata di studio che ha messo al centro uno dei nodi più scomodi del Novecento: il coinvolgimento della medicina e delle istituzioni accademiche nella Shoah.
Ad aprire i lavori sono stati i saluti istituzionali della rettrice Antonella Polimeni, che ha chiarito il senso profondo dell’iniziativa: studiare la Shoah non significa solo ricordare il passato, ma interrogare il presente e fare ricerca storica. L’università, in quanto luogo di formazione, ha una responsabilità precisa: comprendere come il sapere scientifico possa essere piegato al potere e come sia stato utilizzato come strumento di persecuzione e di morte, colpendo in modo diretto la popolazione ebraica. Nel corso dell’apertura è stato proiettato anche un intervento video di Mario Venezia, presidente della Fondazione Museo della Shoah.
Il primo momento di confronto ha affrontato il rapporto tra Shoah, medicina ed eugenetica e il modo in cui da quella frattura storica nasce la bioetica contemporanea. È emerso un punto centrale: i medici coinvolti nella macchina persecutoria non erano figure marginali o improvvisate, ma professionisti inseriti in sistemi istituzionali efficienti. Proprio per questo, oggi la Shoah è considerata uno strumento fondamentale per la formazione etica in ambito medico, perché mostra cosa accade quando la competenza si separa dalla responsabilità. A questo approfondimento hanno contribuito gli interventi di Emmanuel Betta, Gilberto Corbellini e Silvia Marinozzi, che hanno anche ricordato l’impegno della Sapienza nel tradurre queste riflessioni in didattica, ricerca e progetti condivisi sul rapporto tra medicina, Shoah e bioetica.
La seconda parte dell’incontro ha spostato l’attenzione su un terreno meno visibile, ma decisivo: gli archivi universitari. È qui che la ricerca storica diventa concreta e restituisce storie individuali, anche e soprattutto della comunità ebraica. Negli anni scorsi, la Sapienza Università di Roma, in collaborazione con la Fondazione Museo della Shoah e attraverso il gruppo di ricerca legato al Portale Sapienza 1938 ( https://1938-sapienza-leggirazziali.it/ ) ha avviato indagini rilevanti sui documenti conservati nei propri archivi.

Il lavoro di riordino e valorizzazione dell’Archivio Sapienza è stato illustrato da Francesca Nemore e Giulia Campanelli. Serena Di Nepi ha ricostruito il lungo percorso della presenza ebraica nell’università romana, dall’accesso agli studi come diritto dopo il 1870 fino alla sua revoca nel 1938. Manuele Gianfrancesco ha approfondito l’applicazione concreta della legislazione antiebraica nella Facoltà di Medicina, mettendo in luce il ruolo della governance, l’espulsione dei docenti e quella degli studenti.
I fascicoli personali degli studenti, oggi al centro di nuove ricerche, aprono un campo di studio fondamentale: attraverso questi documenti è possibile ricostruire biografie e reti famigliari, ridare un nome e una storia a chi è stato ridotto a numero o a pratica burocratica. È anche attraverso questi materiali che emergono le storie delle famiglie delle comunità ebraiche romane, come nel caso di Elio Pavoncello (https://1938-sapienza-leggirazziali.it/Sito/percorso.php?id=122), studente di Lettere espulso dalla Sapienza, ricordato il 16 ottobre del 2024.
A chiudere l’incontro è stato Umberto Gentiloni, con un richiamo netto: la memoria ha senso solo se diventa conoscenza. E la conoscenza storica, dentro l’università, deve trasformarsi in responsabilità.
Per chi oggi studia, il messaggio è chiaro. La Shoah non riguarda solo il passato o “gli altri”, ma il modo in cui si sceglie di usare il sapere. Capire cosa è accaduto a medici e studenti ebrei significa difendere l’università come spazio di diritti, di pensiero critico e di libertà.
Credits delle foto: Sapienza Università di Roma














