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    Non voltarsi dall’altra parte – Il caso del funerale con la bandiera nazista a Roma

    Una bara con la bandiera nazista appare a Roma davanti al sagrato di una chiesa, vicino a Piazzale Clodio che se non è il centro, poco ci manca, è comunque la sede della procura, del tribunale di Roma, dell’applicazione della legge che dovrebbe tutelare tutti. Eppure, il funerale di una donna morta giovane diventa un momento per rispolverare la bandiera nazista.

     

    Verrebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. Uno dei nemici da abbattere per Adolf Hitler era il cristianesimo e la chiesa cattolica, il nazismo era un movimento ateo, ma questo i militanti di destra all’amatriciana magari nemmeno lo sanno. La questione è un’altra e ben più profonda. In un post pubblicato sui social network don Alessandro e don Paolo Emilio, titolari della parrocchia, condannano quanto avvenuto sul sagrato e assicurano che non era autorizzato. Ci mancherebbe altro. Ma i fedeli si chiedono quello che ci chiediamo tutti: perché nessuno ha fermato l’esposizione della svastica. Il Vicariato di Roma si affretta a condannare il gesto. La zia della ragazza ci dice che la donna avrebbe disapprovato. Allora perché i suoi amici hanno organizzato quel gesto?

     

    Come è possibile che nessuno abbia pensato, vedendo la bara sul sagrato della chiesa di chiamare i carabinieri o la polizia? Ci sarà stato un passante che con raccapriccio ha notato quanto stava avvenendo? E perché nessuno ha fatto niente? Il comando della stazione dei carabinieri Trionfale è a pochi passi. Una telefonata e sarebbero arrivati immediatamente. E invece no, ancora una volta si assiste inermi a saluti romani e bandiere con le svastiche.

     

    La Digos indaga, ma le indagini non bastano. Le foto sono chiare, chi c’era in quel sagrato ormai è riconoscibile dalle immagini. Non è che finisce come Miss Hitler che era solo una ragazzaccia con la svastica tatuata sulla schiena e poi indagata perché progettava attentati contro la Nato?

     

    Siamo stufi. Siamo stufi di sentirci dire che sono solo ragazzate. Siamo inorriditi perché esiste una legge, quella Scelba del 1952, che istituisce il reato di apologia del fascismo e del nazismo. Siamo stanchi di braccia alzate col saluto romano, di sottosegretari leghisti che vogliono intitolare parchi ad Arnaldo Mussolini, di no vax che si paragonano agli ebrei dei campi di sterminio e di simpatizzanti nazisti che occupano edifici pubblici. Chiediamo soltanto che la legge venga applicata, che la polizia e la magistratura facciano il loro mestiere. Perché l’esposizione di quella bandiera continua ad essere un reato. E ai passanti chiediamo di reagire altrimenti la violenza pensa di avere un viatico.

     

    Ricordo a questo proposito quello che mi ha raccontato una mia amica di origine africana sul clima pesante che si respira oggi in Italia. Un giorno a bordo di un tram un uomo ben vestito l’ha apostrofata con un insulto riguardo al colore della sua pelle. “Sai cosa mi ha fatto più male?”, mi ha detto. “Quel tram lo prendo da vent’anni ogni mattina per andare al lavoro. Alcuni di loro li conosco di vista. Sono stati tutti zitti, hanno fatto finta di non aver sentito”.

     

    Noi non vogliamo un mondo in cui tutti stiano zitti. Vogliamo una nazione in cui ci si indigna, si protesta, si chiama la polizia e si fa applicare la legge. Perché ormai lo sappiamo tutti: le dittature iniziano quando la gente inizia a voltarsi dall’altra parte.

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