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    Parashà di Nassò. In ebraico “dire” significa “amore”

    In questa parashà vine insegnato ai kohanìm di dare la berakhà (benedizione) agli israeliti con queste parole: “L’Eterno parlò a Moshè dicendogli di parlare con Aharòn e con i suoi figli dicendo: così dovrete benedirete gli Israeliti e dire (amòr) a loro (lahèm): «l’Eterno ti benedica e ti protegga. L’Eterno ti illumini con la Sua presenza e ti faccia grazia. L’Eterno rivolga a te la Sua presenza e ti conceda pace»”. (Bemidbàr. 6:22-26). In effetti i kohanìm non danno la berakhà, ma chiedono che sia l’Eterno che benedica Israele. Questa berakhà è chiamata la “triplice benedizione”: nel primo versetto i kohanìm chiedono che l’Eterno dia ad Israele mezzi di sussistenza e che li protegga dai pericoli; nel secondo, che l’Eterno mostri benevolenza nei loro confronti e li illumini con gli insegnamenti della Torà; nel terzo che li tratti con favore e conceda loro pace. Questa berakhà è il solo servizio che è rimasto di quello che veniva fatto nel Bet ha-Mikdàsh prima che venisse distrutto dai romani.  

    R. Joseph Beer Soloveitchik (Belarus, 1903-1993, Boston) in Mesoras Harav (p. 46), scrive che la benedizione dei kohanìm è preceduta da una berakhà che i kohanìm devono recitare e che prescrive loro di dare la benedizione “be-ahavà”, con amore. La parola “be-ahavà” indica che la mitzvà della Torà di benedire il popolo richiede amore per il popolo. La responsabilità principale dei kohanìm è nel campo dell’educazione (come detto dal profeta Malakhì, 2:7) e se un kohèn non ama il popolo non può insegnare loro né dare loro una berakhà. Per questo motivo R. Yosef Caro (Toledo, 1488-1575, Safed) nello Shulchàn ‘Arùkh (O.C., 128:43) scrive che un kohèn durante i sette giorni di lutto non dà la berakhà perché non è nelle condizioni mentali adatte per recitarla.

    R. Moshè Isserles (Cracovia, 1530-1572) nelle sue glosse allo Shulchàn ‘Arùkh aggiunge che un kohèn non recita la berakhà per tutto l’anno durante il quale è in lutto. Inoltre nella Diaspora i kohanìm non recitano la berakhà altro che durante i mo’adìm, i giorni di festa, perché  nei giorni feriali sono troppo coinvolti nelle preoccupazioni quotidiane e non hanno lo stato mentale adatto per dare la berakhà. Così fanno gli ashkenaziti.

    R. Mordekhai Hakohen (Safed, 1523-1598, Aleppo) nel commento Siftè Kohèn citando l’insegnamento dei maestri nel Talmud babilonese (Sotà, 38b) afferma che le lettere della parola “amòr” (dire: alef, mem, vav, resh)  hanno lo stesso valore numerico della parola “zèmer” (melodia: zain, mem, resh). E questo per alludere al fatto che la berakhà va recitata con una melodia. Il kohèn che dà la berakhà dev’essere senza difetti fisici, come era prescritto nel Bet Ha-Mikdàsh. Questo viene alluso dal fatto che il valore numerico delle lettere della  parola “amòr” (dire) con l’arrotondamento di un numero, è equivalente al numero 248 come le membra dell’uomo.  Per sottolineare il fatto che per poter dare la berakhà è indispensabile che un kohèn sia amato dal popolo, egli cita lo Zòhar (Nassò, p. 147b) dove è raccontato che un kohèn odiato dalla comunità insistette a dare la berakhà e cadde morto prima di terminarla.

    R. Leon da Modena (Venezia, 1571-1648) nell’opera Ziknè Yehudà alla fine di un responso (127) conclude: «Mentre scrivevo questa decisione di halakhà, per chiudere in modo elegante mi è venuto in mente di menzionare che le parole “dire a loro” sono in ebraico “amòr lahèm”. Bisogna quindi che la berakhà venga data con “amor”».

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