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    Parashà di Vaishlàkh. Di cosa aveva timore Ya’akòv?

    Il patriarca Ya’akòv ritorna in Eretz Israel con tutta la famiglia. Arrivato a Machanàim, una località al di là del fiume Giordano, manda dei messaggeri al fratello Esau per avvisarlo del suo ritorno.  Esau non risponde al messaggio e i messaggeri di Ya’akòv gli riferiscono che Esau sta venendo con quattrocento uomini. Sentendo questa notizia, nella Torà è scritto, in ordine letterale: “E temette Ya’akòv molto (meòd) e fu turbato” (Bereshìt, 32:8).

    R. Shelomò Efraim Luntschitz (Polonia, 1550-1619, Praga) nel suo commento Kelì Yakàr, scrive: “Di questo timore tutti i commentatori se ne sono occupati e non hanno trovato un buon motivo per il quale [Ya’akòv] ebbe timore dopo che il Santo Benedetto lo aveva assicurato ben due volte di proteggerlo: la prima volta durante la visione della scala (“Ti proteggerò ovunque tu vada”) e la seconda volta in casa di Lavan (“Torna nella tua patria e sarò con te”). Egli aggiunge che la spiegazione che Ya’akòv aveva timore per via di qualche peccato, va contro il buon senso, perché solo otto giorni prima l’Eterno gli aveva promesso che sarebbe stato con lui. E come si fa a supporre che in questo breve periodo di tempo avesse commesso dei peccati tali da cancellare questa promessa?  

    L’osservazione di R. Luntschitz non va di pari passo con il midràsh (Bereshìt Rabbà, 76:2) citato da Rashì (Troyes, 1040-1105) dove è detto: “[Ya’akòv] temeva di essere ucciso ed era turbato al pensiero di dover uccidere”. E così pure con i testi del Talmud babilonese (Berakhòt, 4a e Sanhedrin, 98b) dove è detto che Ya’akòv aveva timore “per via di qualche peccato”.

    Per risolvere questo dilemma R. Luntschitz suggerisce che un passo del Talmud babilonese (Sotà 41b) può offrire una soluzione. In quel passo è scritto: “R. El’azar disse anche: Chi adula il suo prossimo cade nelle sue mani”.  Ya’akòv si era reso conto di avere commesso una mancanza inviando un messaggio troppo servile a Esau dicendo: “Così ha detto il tuo servo Ya’akov”. Anche questa spiegazione tuttavia non è molto soddisfacente perché l’espressione  “Il tuo servo” è usata altre volte nella Torà rivolgendosi a degli ospiti e non è segno di adulazione.

    Una soluzione che è forse più in armonia con le assicurazioni che il Santo Benedetto aveva dato a Ya’akòv, la offre R. Aharon Hakohen (1580?-1650?) di Ragusa nel suo commento Zekàn Aharon. R. Aharon fa notare che nel versetto: “E temette Ya’akòv molto (meòd) e fu turbato”, la parola “meòd”, tra “temette” e “fu turbato” allude al fatto che il timore di Ya’akòv era per le sue proprietà e per i suoi servi. Questo lo si impara dal primo passo dello Shema’ dove è scritto: “E amerai l’Eterno tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutto il tuo “meòd” (Devarìm, 6:4). Rashì spiega che “meòd” indica le proprietà. Ya’akòv non aveva quindi alcun timore per se stesso e temeva solo per la possibile perdita di quello si era procurato in tanti anni di duro lavoro presso Lavan.  

    Per questo motivo egli “divise le persone che erano con lui, il gregge, le mandrie e i cammelli in due accampamenti dicendo: “se Esau verrà contro un accampamento l’altro accampamento si salverà”.  R. Aharon spiega che in un accampamento vi era Ya’akòv e i suoi figli per i quali aveva l’assicurazione dell’Eterno; nell’altro i suoi beni e la servitù che non erano compresi nella promessa dell’Eterno. La preghiera di Ya’akòv: “Non merito tutti gli atti di benevolenza” chiedeva all’Eterno che potesse mantenere le proprietà e la servitù e che le madri dei suoi figli non venissero colpite.

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