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    Rita e Golda, due laiche unite dal Talmud

    La storia di Rita e Golda attraversa il secolo breve, l’epoca più buia dell’umanità che ci riporta agli ultimi pogrom e al più crudele sterminio nazista. Un momento della storia d’Europa che vede molti ebrei affrancarsi da quelli che sono gli insegnamenti religiosi per agire all’interno del mondo secolarizzato. Rita Levi Montalcini abbracciando la “religione” della scienza, Golda Meir la “religione” della politica. Viene da chiedersi allora perché due figure di donne laiche così eccezionali provenissero entrambe da famiglie ebraiche. Ci siamo domandati che cosa ci fosse all’interno degli insegnamenti della Torà che potesse aver fatto da molla a compiere quella che poi nella loro vita è stata una missione. 

    “L’ispirazione – ci racconta Sandro Di Castro – potrebbe venire dal Talmud. Nel trattato delle Benedizioni, da un insegnamento fondamentale per la filosofia di vita dell’ebraismo: bisogna benedire l’Eterno nel male come nel bene. Questo perché noi non sappiamo cos’è il male assoluto o il bene assoluto e delle cose che a noi possono sembrare negative, alla fine hanno un risvolto positivo. Questo concetto si evince già dalle prime parole della Torà:” all’inizio c’era il buio e D. Creò la luce…” quindi anche quando viviamo situazioni in cui tutto sembra buio e negativo, alla fine ci sarà la luce”. 

    Avendo questa visione davanti immaginiamo Rita, espulsa dall’università nel ’38, che allestisce un laboratorio per sperimentare e ricercare cosa accade nelle cellule cerebrali. Immaginiamo Golda che decide di partire dalla Goldene Medinah, l’America dove era appena arrivata scampando i pogrom russi, perché il suo sogno è costruire un paese dove gli ebrei possano vivere liberi. Immaginiamo la forza che devono aver avuto, due donne destinate fino ad allora a diventare mogli e fare figli. Rita che rifiuta il matrimonio perché altrimenti non potrebbe compiere le sue ricerche, che risponde ad un convegno agli altri scienziati che gli chiedevano dove fosse suo marito in modo lapidario: “mio marito sono io”. Golda che invece sposa l’uomo che ama, ma che non riuscirà a far conciliare questo amore con la politica, con il kibbutz, con l’essere premier israeliana. E, che pur nella sua laicità, conserverà le tradizioni di famiglia, preparerà caffè e biscottini personalmente agli altri primi ministri che andranno in visita a casa sua e che non dimenticherà di organizzare il seder di Pesach con i suoi figli. 

    Una perseveranza che porterà Rita non solo a scampare alla Shoah ma anche a continuare a studiare mentre si nasconde e poi a proseguire le ricerche una volta libera in Italia e negli Stati Uniti. Una determinazione che porterà Golda a peregrinare in America per raccogliere fondi per lo Stato d’Israele, a lottare contro i terroristi di settembre nero e a vincere con molto dolore a causa delle grandi perdite anche una guerra che sembrava impossibile: quella dello Yom Kippur.

    È per omaggiare due donne eccezionali che abbiamo deciso un piccolo omaggio questa sera alla casa della cultura alle 20.30. Due monologhi che raccontano la loro incredibile storia interpretati da Rosaria De Cicco. Affinché la fede laica o religiosa ci porti a sconfiggere il buio e le tenebre nella speranza che attraverso le nostre piccole lotte quotidiane contro i soprusi, lotte di donne e di uomini, alla fine prevalga la luce. 


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