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    Simonetta Della Seta alla guida del gruppo IHRA Musei e Memoriali

    Dal 1° marzo diventa esecutivo l’incarico a Simonetta Della Seta di Presidente del Gruppo di lavoro Memoriali e Musei dell’IHRA – International Holocaust Remembrance Alliance. Un ruolo strategico di grande prestigio che testimonia l’impegno pluriennale di Simonetta Della Seta all’interno dell’organismo intergovernativo che dalla fine degli anni Novanta lavora per diffondere una conoscenza corretta della Shoah e per contrastarne forme di ignoranza e distorsione. È la prima volta, per giunta, che un ruolo interno IHRA viene assegnato a un italiano.

    Shalom ha incontrato Simonetta Della Seta.

     

    In un mondo che affronta genocidi, crimini di guerra, pulizie etniche e minacce continue alle società pluraliste, democratiche e inclusive in cosa consisterà il suo lavoro?

    Coordinerò sui temi più attuali uno dei tre gruppi di lavoro che operano in seno all’IHRA. Nei 35 paesi membri dell’organizzazione (di cui l’Italia è attiva con una delegazione di 12 esperti ora guidata dall’Ambasciatore Luigi Maccotta) sono stati individuati 44.000 siti da cui sono stati deportati gli ebrei, che oggi sono memoriali e musei. Il mio lavoro sarà a stretto contatto con gli esperti che li dirigono, per diffondere tra essi ‘buone pratiche’ nel far conoscere la vera natura della Shoah. Ci incontreremo due volte, in estate e in autunno, ma continueremo a lavorare assieme durante tutto l’anno.

     

    Quale sarà il tema più importante su cui vi focalizzerete?

    La grande sfida che siamo chiamati ad affrontare oggi è capire come i musei possano evitare che nel loro impianto e nelle loro esposizioni la Shoah venga distorta. Purtroppo esistono ancora memoriali e musei che corrono questo rischio, soprattutto nell’ex Europa dell’Est, dove la tentazione di alcuni governi è quella di raccontare la storia della seconda guerra mondiale come se le popolazioni locali fossero state solo vittime del nazismo, senza averci collaborato. Esistono poi siti a rischio ambientale, perché abbandonati o in stato di degrado, o con forti carenze organizzative: occorre monitorare questi casi con attenzione e quando possibile aiutarli.

    Come si stanno preparando i musei a un’epoca senza testimoni diretti?

    La forbice tra memoria e storia si sta chiudendo con la scomparsa dei sopravvissuti. Da oggi in poi possiamo avvalerci solamente delle loro testimonianze registrate e della documentazione storica, che per fortuna è amplissima, ma bisogna conoscerla e saperla usare. In mancanza della vigile presenza e dell’impegno dei testimoni a raccontare, il rischio è che venga presentata una Shoah ‘modificata’. Dobbiamo combattere la tentazione di inventare una nuova memoria, per questo la valorizzazione della documentazione esistente è fondamentale: si pensi ai diari dei deportati, ai documenti di trasporto, alle storie di vita e di coraggio ben tracciate di ebrei sommersi e salvati.

     

    Quale è il ruolo dei grandi musei mondiali come lo Yad Vashem, l’Holocaust Memorial and Museum di Washington, il Mémorial de la Shoah di Parigi?

    Sono Musei che hanno molte più risorse di altri e spesso segnano la strada da percorrere. Siamo spesso concentrati sull’Europa, ma il trauma ebraico è arrivato molto lontano. In Australia e in Argentina, per citare realtà meno note, dove vivono comunità di sopravvissuti, si impara a fare storia e memoria da questi grandi centri. Quest’anno si è candidato ad entrare nell’IHRA anche il Brasile. I centri museali che hanno più esperti, archivi, documentazione e finanziamenti sono strategici per trasferire buone pratiche ai musei più piccoli o più lontani, i loro dipartimenti didattici fanno rete e permettono ai nuovi musei o memoriali di crescere senza errori interpretativi. Il nostro ruolo è anche quello di far dialogare realtà eterogenee.

     

    Il suo mandato prevede l’organizzazione nel 2023 di due riunioni plenarie annuali in Croazia, come si articoleranno i lavori?

    I nostri incontri dovranno sfociare in linee guida e raccomandazioni per i musei coinvolti, individuando strumenti concreti ed efficaci di lavoro, non ultimo per fare dei musei della Shoah un baluardo contro il crescente antisemitismo. Inoltre la presidenza di turno croata dell’IHRA ci offrirà l’occasione per sviluppare argomenti legati alla Shoah nei Balcani, studiata con molti anni di ritardo a causa del comunismo e poi della guerra, e spesso oggetto di discordia tra i paesi dell’ex Jugoslavia sulla responsabilità di allora.

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