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    Yom Kippur: non si scappa dalle proprie responsabilità

    Tra tutte le festività ebraiche, quella dello Yom Kippur è certamente la più solenne. Un po’ per la particolarità della giornata, un po’, anche, per la diversa liturgia che si adotta per quel giorno, ricca di canti e di temi che potremmo, appunto, definire “solenni”. Come avremmo sentito molte volte nelle nostre case e nei templi, il digiuno che del giorno di Kippur è diverso da tutti gli altri, perché mentre gli altri tendono a ricordare qualcosa, quello di Kippur è strettamente personale, perché permette di espiare i propri peccati e di fare “Teshuvà”, di tornare a Dio, e quindi di tornare esattamente al punto di partenza, ossia all’attimo prima in cui il peccato si stato consumato; non ci permette, però, di far in modo che il peccato, o più ampiamente l’uomo, venga perdonato. Durante Kippur, come leggiamo nella Haftarà di Giona, questo viene lanciato attraverso lo sfiatatoio della “balena” nel punto esatto in cui si fosse consumato il peccato, ossia la riva dalla quale Giona si era imbarcato sulla nave così tentando di scappare a Dio ed ai suoi ordini. Quindi, come Giona è stato rispedito nel punto esatto in cui si fosse consumato il peccato, al fine di non peccare di nuovo, lo Yom Kippur permette, attraverso il digiuno e quindi il processo di espiazione dei propri peccati, di tornare al punto di partenza per non cadere di nuovo nel peccato e per rimediare a quello commesso. Non si scappa alle proprie responsabilità, un peccato commesso, come un muro bucato, bisogna che venga riparato. La Teshuvà è solo la prima parte del perdono, perché ne segue il Tikkun, parte delle preghiere che leggiamo il giorno di Kippur che serve proprio a completare l’opera di pentimento e a riparare, come sentii raccontare da un Rav tempo fa, il buco impresso nel muro da noi stessi. Teniamo anche a mente che Teshuvà, Tzedakà e Tefillà (pentimento, beneficenza e preghiera) sono in grado far cambiare un giudizio divino.

    A seguito della Haftarà di Giona è itinerario delle preghiere di Kippur leggere un’altra Haftarà riguardante il divieto di avere rapporti sessuali per tutta la durata del digiuno. Inoltre, durante il digiuno, non è concesso mangiare e bere per un totale di venticinque ore e poi, molto particolare come divieto, vestire con scarpe di cuoio per non porci al di sopra di altri, diventando, così, ingiusti. Al di là dell’aspetto pratico è anche molto interessante sapere che per molti ebrei di origine “sefardita”, quindi provenienti dalla Spagna, questo digiuno venga definito “bianco” proprio per, come disse Fabrizio Noli, giornalista italiano, nella tradizionale trasmissione Rai alla fine della cerimonia serale di Kippur dello scorso anno, indicare il “candore delle proprie anime” e, segue il giornalista, prevalgono in questa giornata, più che in altre, termini come “l’avana gloria, il tornaconto personale, l’ingordigia” affinché siano allontanate. 

    Non pensiamo però che Kippur sia un giorno triste, è infatti il giorno in cui il popolo ebraico ricevette il secondo rotolo delle tavole della legge. A Kippur, come a Rosh Ha Shanà prima di esso, viene udito diverse volte il corno di montone, lo Shofar, che si dice, fu suonato per la prima volta alla consegna delle prime tavole della legge. Un suono che, secondo il Midrash, riesca a rompere la barriera tra noi e Dio permettendo così il raggiungimento di tutte le preghiere del popolo ebraico. 

    Tra le curiosità, anche quella che sia l’unica funzione dell’anno in cui si indossi per l’intera giornata il Talled, uno scialle di preghiera rettangolare, utilizzato dal Coen e dai padri di famiglia per impartire la benedizione sacerdotale, la Birchat a Coanim, che nel giorno di Kippur viene recitata anche durante l’ora di Minchà, la preghiera pomeridiana, dove di norma è vietato. Perché è vietato benedire il popolo nella preghiera pomeridiana? Perché la benedizione ha l’obbligo di essere impartita con “lucidità”. Tra le varie spiegazioni, alla base del pensiero, vi è quella che durante l’ora di pranzo, insonnoliti dal pasto, la nostra lucidità possa venire meno se magari si sia bevuto anche una piccola quantità di vino, o simili, che ci renderebbe, così facendo, poco lucidi. Poiché nel giorno di Kippur si digiuna tutto il giorno, il problema non sussiste ed è quindi concesso benedire il popolo anche il pomeriggio.

    Al di là di quanto detto sin ora, per capire meglio l’essenza di Kippur occorre fare una breve spiegazione che sentii tempo fa da uno dei nostri Rav.

    Esistono due Parashot, tra le molte della nostra Torah, che sono quelle di Acharè Mot e Kedoshim, le quali vengono lette nello stesso Shabbat. La prima tratta di Kippur e, tra le varie cose, del lavoro che il grande sacerdote, il Coen Gadòl, dovesse fare all’interno del tempio. Quella di Kedoshim, invece, tratta di regole sociali, del modo in cui ci si debba comportare con le altre persone. Apparentemente non hanno nulla di simile tra di loro, ma i maestri insegnano che nel giorno di Kippur Dio è disposto a perdonare tutti i peccati dell’uomo, tuttavia, non è disposto a perdonare i peccati commessi da una persona ai danni di un’altra persona. Prima le deve perdonare la persona offesa e poi Dio acconsente a perdonarle. Quindi, tornando al discorso iniziale, non pensiamo che Kippur sia il giorno esclusivo per espiare i peccati solo nei confronti di Dio, ma anche nei confronti dei nostri eguali.

    Chiudiamo con uno dei canti più solenni dello Yom Kippur, che si legge con l’apertura dei sefarim, lo “Yafuzu Oyevecha” che recita inizialmente:

    “Si disperdano i tuoi nemici quando l’arca si muove e quando essa si posa, giubili il tuo popolo cantando i salmi”.

    E ancora, alla fine di Yom Kippur, verso nell’ora di Neilà, di “chiusura delle porte del cielo”, citiamo le parole del profeta Isaia, nella speranza che possano essere di benedizione per tutti: “Allora la tua luce esploderà come l’aurora e la tua guarigione spunterà rapidamente, la tua giustizia ti precederà e la maestà del signore ti seguirà”. Katimà Tovà Lechulam. 

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