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    NEWS

    Betty, il suo ricordo è già una benedizione

    Da A. B. Yehoshua a Grossman, una storia di lavoro e amicizia

    Ho lavorato con Betty all’Ufficio culturale dell’Ambasciata di Israele per 25 anni. All’inizio facevamo entrambe il part-time, lei di mattina, io il pomeriggio, quindi eravamo due estranee che si passavano le consegne all’ora di pranzo, spesso solo tramite foglietti.
    Ho scoperto Betty solo quando è arrivata come addetta culturale Nurit Tinari e io ho avuto il tempo pieno. Nurit è arrivata con la forza travolgente della sua gioventù e del suo carattere irruente, aveva una lista infinita di cose che voleva realizzare, e le voleva realizzare tutte. E Betty è diventata la sua migliore alleata, perché non c’era “missione” troppo ardua per lei, non aveva timore di niente e di nessuno, con il suo ottimismo e il suo splendido sorriso nessuno riusciva a dirle di no. Abbiamo così creato un team perfetto, Nurit lanciava l’idea, Betty la concretizzava e io provvedevo alla base teorica, la ricerca dei materiali, la scrittura dei testi. Eravamo come una piccola famiglia, “una per tutte e tutte per una”, e ci volevamo un bene immenso. L’allenamento fatto in quegli anni ci è poi stato utile nel rapporto con gli altri addetti culturali, che si sono susseguiti nel tempo. E anche quando al Ministero degli Esteri di Gerusalemme hanno deciso che non era possibile nominare un nuovo addetto culturale a Roma, io e Betty abbiamo continuato a mantenere vivo il dipartimento con progetti e iniziative realizzati grazie a “Betty-mission-impossible”, che trovava finanziamenti e collaborazioni inaspettati. Mi ha insegnato tanto, lei che lavorava per l’Ambasciata di Israele fin da ragazzina e quindi da molto prima di me.

    Betty con Yuval Siman Tov e Tamir Leshetz, sopravvissuti al Nova Festival

    Mi ha insegnato il galateo dell’Ambasciata e quello dei rapporti con la comunità ebraica, a me che venivo da esperienze lavorative e da ambienti sociali completamente diversi, senza mai scandalizzarsi delle mie ignoranze e senza rimproverarmele. Eravamo così diverse, ma non abbiamo mai litigato perché eravamo complementari e le mancanze dell’una erano sopperite dalle qualità dell’altra. Ricordo che quando A.B. Yehoshua venne in Italia per presentare il suo libro “La sposa liberata”, scrisse in ebraico sul cartonato del libro che ci dedicò “leminavebeti” (aminnaebetty), come se fossimo una persona sola. Gli artisti israeliani la amavano, perché faceva di tutto per rendere gradevole il loro soggiorno in Italia, al punto che David Grossman le disse un giorno: “Betty, io vado ovunque tu mi dici di andare!”
    Sicuramente ci sarebbero tanti aneddoti da raccontare, e lei avrebbe certo saputo raccontarli bene, perché era brava a raccontare e aveva una grande memoria. Io voglio solo concludere questa mia pagina con un ringraziamento per avere avuto la sua amicizia e il suo incoraggiamento costante.

    Sebbene mi manchi tantissimo, il suo ricordo è già una benedizione.

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