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    Claudio Pavoncello: l’uomo che regala sorrisi ai bambini

    Claudio Pavoncello, classe 1961, è da sempre impegnato nel volontariato. Gira gli ospedali d’Italia ed Israele portando abiti, giochi e tanti sorrisi ai bambini ricoverati. “Tutto cominciò nel 2007, quando andai a trovare due bambini della Comunità Ebraica di Roma all’ospedale – racconta Claudio – Da lì ho cominciato a frequentare i reparti ed ho conosciuto Elena Adduci, una volontaria che da trent’anni lavora presso la sezione di oncoematologia del Bambin Gesù. Un giorno le chiesi se le poteva servire qualcosa da regalare ai bambini. “Magari” mi rispose. Allora io, facendo parte del Maccabi, cominciai a portarle un sacco di roba: t-shirt, ma anche matite e penne, perché i bambini, nell’attesa di fare la chemio, si divertono a disegnare”. 

    Quest’attività vola anche in Israele, per primo allo Schneider Children’s Medical Center di Petah Tikva, poi in altre 97 strutture oncoematologiche finora raggiunte. Tra queste ci sono anche centri per ragazzi diversamente abili, in cui vengono donati soprattutto profumi ed indumenti larghi per stare comodi. Ospedali, ma non solo, gli aiuti arrivano da più direzioni: sono quattro anni ormai che, a Roma, Claudio si maschera da Babbo Natale presso Casal de’ Pazzi per portare un sorriso a chi soffre. Ci sono anche i mercatini di beneficenza, i cui ricavati sono stati utilizzati per l’acquisto di un macchinario retino-blastoma, utile per la prevenzione dei tumori agli occhi. “Poi, insieme a mio cugino Renato Sciunnach – che ora non c’è più – siamo riusciti a comprare due macchinette elettriche, modello Gaio, per la mobilità di persone disabili, poi donate al Bambin Gesù. Dietro a questa attività c’è un gran lavoro, perché bisogna organizzarsi con gli ospedali e poi dividere la roba per età, taglia e quant’ altro. C’è un’enorme preparazione”. 

    Il ruolo del volontario è fortemente accompagnato dalla credibilità, che bisogna conquistare nel tempo, e dal rispetto. “Per l’attività che svolgo preferisco prendere oggetti, t-shirt ad esempio, ma mai soldi per acquistarli. Perché qualora li prendessi, ed andassi in vacanza, qualcuno potrebbe pensare che io li usi per affari miei. È per questo che la gente mi dà credibilità e continua a regalarmi abiti, cappelli e tanto altro. Ho lettere di ringraziamento dei più grandi professori a livello mondiale, affinché la gente che fa le donazioni abbia le prove che quanto spedito sia arrivato a destinazione, e si fidi dunque di me. Tutti i doni che mi vengono dati non li lascio mai agli ospedali, perché non voglio che qualcuno possa tenerli per sé. Io li porto camera per camera, e vedo cose non bellissime: ci sono bambini molto piccoli con tumori e leucemie”. 

    Girare gli ospedali e portare speranza costringe, purtroppo, a fare i conti con la durezza della vita. Ci sono scene che segnano per sempre gli occhi di chi le vede. “Mi successe quattro anni fa, quando visitai due ospedali di seguito in cui mi capitò di veder andar via dei bambini appena nati. Mi sentii male ed andai dal dottore, il quale mi rispose di non poter girare troppi ospedali tutti insieme: loro sono abituati, ma noi no. Nei reparti vedo bambine, bellissime, che entrano con dei capelli lunghi, ma una settimana dopo li hanno persi tutti. Torni a casa e pensi ai figli, è inevitabile. Ci pensi e ripensi, ecco perché bisogna aspettare tra una visita e l’altra”. 

    Ma quando i bambini vedono arrivare Claudio, ecco che la luce riaccende nei loro occhi. Ma non solo, anche medici ed infermieri sono molto felici, perché non si aspettano che qualcuno dall’Italia porti loro così tanti regali. A causa del Covid, però, queste visite si sono bruscamente fermate a causa delle grandi difficoltà per entrare negli ospedali oncoematologici. Tuttavia, Claudio non si dispera:” Altri tre li faccio. Sto a 97. Che faccio, non arrivo a 100? È una cosa personale, un’eredità per miei figli. Poi ci sono le serate di beneficenza, siamo già alla quarta”. 

    Il volontariato è un’opera di bene che assume una moltitudine di sfaccettature diverse, per Claudio significa “vedere un bambino che ride. Tutti potrebbero farlo, ma alcuni preferiscono darmi i soldi ed incaricarmi di comprare il necessario, ma così non va bene. La mitzvah è venire con me, acquistare dieci magliette e darmele: grazie a D-o ci sta tanta gente che mi dona sempre roba nuova. In queste opere di bene non si diventa ricchi a livello di soldi, ma moralmente, perché ovunque si va si riscuote una grande credibilità e molto rispetto. La soddisfazione più grande che un essere umano possa provare nella vita è fare del bene, aiutare chi sta in difficoltà per poterlo sollevare”. 

    La missione di Claudio Pavoncello esce anche fuori dagli ospedali e trova spazio nel rettangolo da calcio. Al Kibbutz Usha, a Kriat Atta (Haifa), ha aperto un corso gratuito di calcio per tutti i bambini. Dopo aver acquistato i palloni, gli ostacoli e tutto il necessario, regala loro una bibita energetica a fine allenamento. 

    Volontariato è aiutare il prossimo, porgere la mano a chi è in difficoltà, è la ricchezza di poter vedere un sorriso nel volto di una persona.

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