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    Nuovo premio Campiello, stereotipi antisemiti?

    Gli stereotipi antisemiti sono vecchi come il mondo, ma non ci aspettavamo di ritrovarli, anche magari involontariamente, nel romanzo di un ventisettenne, Bernardo Zannoni, “I miei stupidi intenti” edito da Sellerio, vincitore del premio Campiello. Una vittoria a sorpresa, ma ancora più eclatante è che tutti i giurati non se ne siano accorti fin dalle prime pagine.

     

    Il protagonista di questo mondo immaginario ma non troppo è una faina, Archy, che viene venduta dalla madre alla volpe, un usuraio di nome Salomon, ma guarda un po’ perché un usuraio deve avere un nome tipicamente ebraico? “Capitava che comprassero le cose da Solomon l’usuraio. Solomon segnava tutto quello che vendeva con una piccola macchia di colore”. Il povero Archy viene ceduto in quanto zoppo. “Una gallina, Annette, non ti darò di più. La vecchia volpe entrò in un’altra stanza e tornò con un pollo senza testa. In una delle cosce aveva un segno che conoscevo, quello di Solomon l’usuraio”.

     

    Archy comincia così la vita con Solomon e il suo guardiano, il cane Gioele, altro nome ebraico, di un profeta. Nel primo giorno di permanenza in schiavitù, Solomon lo porta fuori dalla tana su una collinetta dove ovviamente gli dice: “fin dove vedi è tutto mio”. Archy, terrorizzato dal cane Gioele e con una corda al collo, è costretto a fare buon viso a cattivo gioco.  Ma Solomon è anche buono e dopo avergli dato da mangiare soltanto per sopravvivere quando non sbaglia gli dà perfino una coscia di pollo. Perché Solomon legge la Bibbia e dice ad Archy che Dio ha fatto quasi uccidere Isacco ad Abramo, che ha creato il mondo in sette giorni, ma non trascura gli affari. “Non gli sfuggiva un solo giorno di ritardo, né il benché minimo debito fosse stato solo un seme. Tutti pagavano con regolarità”.

     

    E qui l’eco si fa shakesperiana. “Prima di trattare, il cliente dava un ciuffo della sua pelliccia. Era importante, per l’odore. Scaduti i suoi giorni, se non aveva pagato, il cane prendeva quel ciuffo e spariva nel bosco tornava con le merci dovute o con il proprietario. Nessuno faceva il furbo con Solomon l’usuraio”. Libbra di carne o ciuffo? Questo il dilemma caro Shylock…

     

    Solomon, però, continua con il suo indottrinamento, spiega ad Archy che Dio agli egizi ha lanciato dieci piaghe, ma attenzione a non perdersi in inutili elucubrazioni perché “Solomon non avrebbe capito, mi avrebbe picchiato come gli ebrei con gli infedeli”. Di solito, la storia insegna che è successo il contrario… Gli affari, però, sono affari. “Il figlio del tasso sapeva che doveva pagare, cinque giorni dopo giunse nel prato con il pagamento dovuto. Come sta tuo padre? Molto male, Solomon grugnì. Gli interessi?”.

     

    C’è poi il coniglio Tito che non estingue il debito e il cane Gioele ammazza uno dei suoi figli o il maiale furbetto che, guarda il caso, si chiama David. Del resto, la Bibbia è severa e Dio spietatissimo, così Solomon chiede ad Archy: “Sai che fine ha fatto l’uomo che raccoglieva la legna di sabato?”.

     

    Ma come è arrivata la volpe a diventare Solomon l’usuraio? Prima era soltanto un brigante. “Non c’era bandito più sveglio di lui. Un giorno, vagabondando, incontrò un uomo appeso a un albero. Cercando di arrivare più in alto, qualcosa gli cadde sulla testa. Era il libro di Dio. Aveva iniziato a fare l’usuraio poco dopo aver scoperto Dio, grazie ai suoi insegnamenti”.

     

    Inutile dire che Solomon ad un certo punto morirà e vorrà essere seppellito, Archy continuerà a vivere e che incontrerà anche un vecchio amico di Solomon, la lince Gilles che accusa di essere stato derubato della famosa Bibbia che diventerà come l’anello di Frodo nel Signore degli Anelli. E che Solomon, anche se era volpe, usuraio e studioso della Bibbia, non era cattivo. 

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