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    NEWS

    “Oggi chi difende Israele è considerato un appestato”

    David Parenzo contro il conformismo propal

    In un clima mediatico sempre più polarizzato e dominato da narrazioni distorte, David Parenzo analizza senza filtri la deriva ideologica che sta investendo il racconto del conflitto israelo-palestinese. Dalla continuità del pregiudizio anti-israeliano nel giornalismo italiano, all’ipocrisia degli appelli internazionali, fino al conformismo e alla censura nel mondo dello spettacolo, Parenzo mette a nudo un fenomeno inquietante: difendere Israele oggi è diventato un “reato morale”, con conseguenze pesanti per chi osa dissentire dalla narrazione dominante.

    Ha notato un cambiamento nel modo in cui il giornalismo italiano racconta Israele dopo il 7 ottobre?
    Più che un cambiamento, direi che c’è una continuità. Il giornalismo italiano ha sempre avuto un forte pregiudizio ideologico verso Israele. Questo affonda le radici nell’antiamericanismo e nella politica dei “due forni” della DC, che coltivava rapporti sia con gli Stati Uniti che con il mondo arabo. Basta leggere gli articoli scritti dopo l’attentato del 1982 alla Sinagoga di Roma: lo schema è lo stesso. Israele è percepito come un’anomalia, un avamposto dell’imperialismo. Oggi però siamo andati oltre: è in corso un processo di “nazificazione” dello Stato ebraico.

    Cosa intende con “nazificazione”?
    In passato Israele era descritto come Stato colonialista. Oggi viene accostato a un regime nazista. È un’escalation dell’odio. E questa narrazione è ormai mainstream, diffusa anche nello spettacolo.

    Come?

    Prendendo posizione contro Israele senza conoscere il conflitto. È conformismo puro. Hanno paura di perdere follower, pubblico, ingaggi. Se non esibisci la bandiera palestinese, vieni bollato come complice. Chi difende Israele viene isolato, attaccato, messo all’angolo.

    Difendere Israele oggi è quindi un “reato morale”?
    Sì. Sei un appestato. Ti accusano di non essere umano. Alcuni festival hanno cancellato la presentazione del mio libro solo perché difendo Israele, senza neanche leggerlo. È censura preventiva. Una follia.

    E quando qualcuno dice “Non ce l’ho con gli ebrei, ma con Israele”?
    Oggi si dice apertamente che tutti gli ebrei sono complici. Si alimenta una colpa collettiva che spaventa. Ogni ebreo è un potenziale bersaglio.

    Cosa pensa degli appelli per il cessate il fuoco, firmati da intellettuali e artisti, che ignorano gli ostaggi israeliani?
    Sono atti ipocriti. Chi li firma lo fa per lavarsi la coscienza. Non si nomina mai Hamas, l’origine del conflitto. Non è una guerra tra Israele e Palestina, ma tra Israele e Hamas. Ma dirlo non è virale. E chi lo dice viene zittito. E poi, c’è chi propone Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, per il Nobel per la Pace: è surreale.

    Perché?
    L’ONU è screditata da scelte assurde: ha messo l’Iran alla guida della Commissione diritti umani. È come mettere un gatto a guardia del ristorante di pesce. In vent’anni di presenza ONU a Gaza, con 13.000 dipendenti e 1.300 giornalisti, nessuno ha mai trovato un tunnel di Hamas. O si è ciechi oppure conniventi.

    Eppure molti ambienti culturali continuano a legittimarli.
    Siamo al delirio ideologico. Mi piacerebbe che un Sacha Baron Cohen o anche un Checco Zalone ci facesse un film. L’ironia è l’unico modo per smascherare questa follia. Una risata li seppellirà.

    Cosa significa oggi essere “pro Palestina”?
    Significa volere una Palestina libera da Hamas, volere una democrazia anche per i palestinesi. Nessuna democrazia fa guerra a un’altra democrazia. Oggi si difendono regimi come l’Iran, anche quando aspirano all’atomica. Si tollera una dittatura nucleare e si demonizza l’unica democrazia della regione.

    E chi paragona Hamas alla resistenza?
    È la deriva più pericolosa. C’è chi paragona il 7 ottobre a via Rasella. Ma Hamas è terrorismo. Chi li chiama “partigiani” odia l’Occidente. E questo odio si riversa nelle piazze e nei festival. È un Occidente che si odia da solo.

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