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    NEWS

    Upscrolled e il paradosso della libertà senza filtri

    Negli ultimi anni, il dibattito sulla libertà di espressione online e sulla proliferazione di fake news soprattutto sui social network si è accentuato sempre più. Il conflitto israelo-palestinese ha rappresentato un banco di prova evidente e il ruolo delle grandi piattaforme digitali è tornato a essere dibattuto. L’accordo che circa un anno fa ha portato TikTok a cedere parte delle proprie operazioni statunitensi a un gruppo di investitori guidato da Larry Ellison ha agito da detonatore: per molti utenti, soprattutto attivisti filopalestinesi, è stato il segnale definitivo di una presunta censura sistemica.

    Da qui la disinstallazione in massa di TikTok e la conseguente migrazione di alcuni utenti verso UpScrolled, una nuova piattaforma social fondata da Issam Hijazi, imprenditore tecnologico palestinese residente in Australia. L’app è stata presentata come un’alternativa “indipendente” ai social mainstream, accusati di praticare lo “shadow banning”, ossia di ridurre silenziosamente la visibilità dei contenuti apparentemente scomodi.

    Logicamente, anche l’architettura della piattaforma riflette questa promessa di neutralità. Il feed è strettamente cronologico ed è basato esclusivamente sui post degli utenti seguiti. Questo significa che, al momento dell’iscrizione, prima ancora di aver messo il primo “segui” o di aver impostato il proprio profilo, l’utente si trova davanti a una rassicurante pagina vuota.

    La crescita di UpScrolled è stata vertiginosa. In poche settimane l’app ha raggiunto il milione di utenti e si è posizionata ai vertici delle classifiche di download. Un successo alimentato anche da influencer radicalmente critici verso Israele, i quali hanno invitato i propri follower ad abbandonare TikTok, accusandolo di essere ormai sotto il “controllo sionista”.

    Tuttavia, la promessa di uno spazio “non censurato” ha mostrato rapidamente il suo lato oscuro. Accanto a contenuti di attivismo politico, UpScrolled si è riempita di messaggi antisemiti, di slogan violenti e di post che negano la Shoah o glorificano gruppi armati. Alcuni utenti hanno ringraziato apertamente la piattaforma per questa libertà assoluta: “Grazie per permettere la libertà di parola senza censura”, ha scritto un profilo con l’immagine di Hitler come foto.

    Ufficialmente, UpScrolled dichiara di non tollerare discorsi d’odio né incitamenti alla violenza e di voler costruire uno spazio basato su “dignità, responsabilità e rispetto”. Ma la stessa azienda ha ammesso che l’improvvisa esplosione di utenti ha reso la moderazione dei contenuti spesso difficile ed inefficace.

    Per Hijazi, però, il punto centrale resta l’indipendenza digitale. Dopo aver perso decine di familiari nella guerra a Gaza, sostiene che “se non diventiamo indipendenti, anche dal punto di vista delle piattaforme, non andremo lontano”. Per molti utenti, la scarsa moderazione non è un problema, ma un vantaggio, offrendo così uno spazio in cui sentirsi finalmente “a casa”, senza dover filtrare il linguaggio o aggirare algoritmi percepiti come ostili.

    Piattaforme come UpScrolled nascono per reagire a una censura presunta e percepita, ma rischiano di trasformarsi in ambienti chiusi, dove le idee non vengono messe alla prova bensì semplicemente confermate. È il meccanismo dell’avarizia cognitiva, per la quale sul web si cercano contesti che rassicurano e rafforzano le proprie convinzioni, riducendo lo sforzo del confronto. In nome della libertà di parola, si finisce così per parlare sempre e solo a chi la pensa allo stesso modo, rinunciando proprio a ciò che rende il dibattito pubblico vitale: l’incontro, spesso scomodo, con l’opinione altrui.

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