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    16 ottobre 1943 – 16 ottobre 2019: allora come oggi. La memoria che non si cancella

    di David Di Segni

    16 ottobre 2019, ore cinque del mattino. Il silenzio fende la notte, le vie del centro della Capitale sono apparentemente vuote, ma, dagli stretti vicoletti che si divincolano sino al cuore del quartiere ebraico, il suono soffocato dei passi di molte ombre fa vibrare l’aria. Sono uomini, donne, bambini e anziani che si sono riuniti stamane, prima del sorgere del sole, per commemorare la più buia pagina della storia degli ebrei di Roma, quella del rastrellamento del “ghetto”. Ci guardiamo tutti, ma senza proferire parola. Mi osservo intorno ed immagino mille persone in strada, che strillano, e vedo carri, e soldati, e cani furiosi. C’eravamo anche noi quella grigia e piovosa giornata di settantasei anni fa. Siamo tutti in piedi di fronte alla bandiera che ci rappresenta come popolo, quella di Israele, che risplende sotto al pallore della luna. Il Rav Alberto Funaro inizia la lettura dei Tehillim, dei salmi, in ricordo delle mille e più vite che videro in quel giorno, l’ultimo giorno normale della loro vita e l’inizio di un viaggio che farà tornare a casa solo sedici di loro, tra cui una donna, Settimia Spizzichino. C’è un religioso silenzio tra i presenti, le parole non servono. Poi, il silenzio viene interrotto dal suono dello Shofar, il corno di montone. Siamo tutti rivolti con lo sguardo in basso, ad occhi chiusi, ed è subito, di nuovo, il 16 ottobre 1943.

    Non tutti sanno ciò che successe in questo giorno di ormai settantasei anni fa, e non tutti quelli che lo sanno vogliono ricordarlo. Perché fa comodo, perché magari il rastrellamento del ghetto di Roma sarebbe potuto andare diversamente se solo la gente non fosse rimasta indifferente di fronte ciò che stesse accadendo. Perché se solo non fossero state “vendute” le vite degli ebrei, indicando i nascondigli dove fossero situati, in cambio di qualche soldo, allora saremmo ancora qui, oggi, con circa mille persone in più, e tutta la loro discendenza. 

    A Roma la tragedia inizia prima del 16 ottobre 1943, con la promulgazione delle “Leggi Razziali” nel settembre del 1938. Agli ebrei, in quanto tali, viene vietato di lavorare, di studiare, di entrare nei negozi perché l’accesso, così scritto su dei cartelli, era “vietato ai cani e agli ebrei”. Questo accadde a Roma come in tutta l’Europa di quel periodo. Nel frattempo al Ghetto di Roma venivano sigillate le scuole, le botteghe e i templi e venivano prese le liste di tutti gli ebrei romani con nomi, cognomi e residenze. Vi fu chi provò a mettere in guardia gli ebrei su quanto si sarebbe consumato di lì a poche ore, ma invano. Era una donna, una donna di Trastevere, che era riuscita a vedere la lista dei nomi per puro caso. Perché non venne creduta? Perché Kappler aveva promesso che se cinquanta chili di oro fossero stati radunati dagli ebrei, entro una data stabilita, nessuno sarebbe stato spedito in Germania “a lavorare” (Su questo verrà poi girato un famoso film, “L’oro di Roma”). Perché, dopotutto, erano “gli ebrei del Papa” e nessuno li avrebbe mai toccati. Ma fummo traditi proprio da quelle autorità, e in alcuni casi, però, salvati dagli stessi fedeli cattolici e dai conventi e da chiunque non abbassò la testa, come la famiglia dei Costaguti che ancora oggi dà il nome all’omonima piazza dove sedici famiglie ebraiche furono nascoste. 

    Il 16 ottobre 1943 si fece strada nella notte, nell’alba, interrotta dallo scalpitare dei tedeschi che gridavano “Raus”, “Fuori”. Era stato ordinato agli ebrei di radunare i propri averi e di scendere in strada, una strada brulicante di carri, uomini, fucili e cani. Ci venivano a prendere. Chi provò a scappare per i vicoletti, chi per i tetti, chi si lanciò dalla finestra per sfuggire alla retata. Eppure, in attimi di paura e terrore come questi, ricordiamo chi ebbe il sangue freddo di prendersi carico di bambini ebrei, fingendoli come figli propri, strappandoli, così, alle mani della morte; di quel lattaio, che nella confusione prese due bambini ebrei e tirò fuori il crocefisso per illudere quel pastore tedesco con l’elmetto, che colmo di una rabbia ed un spietatezza insensata e inculcata nella mente dalle parole di un fomentatore di odio, fiutava in giro a caccia della sua preda che aveva la colpa unica d’essere nata ebrea. Il piano era di caricarli sui vagoni bestiame che li avrebbero portati dopo settimane di viaggio ad Auschwitz. Carri sporchi delle feci e urine degli animali, con un po’ di paglia per terra ed un bidone per i bisogni. Era la prima selezione di un immenso, chirurgico ed architettato piano detto “La soluzione Finale”. Dopo giorni di straziante e tortuoso viaggio si scendeva nell’inferno terreno. 

    Ricordo ancora una testimonianza che ho potuto ascoltare di persona da Alberto Sed, sopravvissuto ai campi di sterminio, che diceva ad una professoressa del liceo: “Sa, maestra? Dopo tutto quello che ho passato, ho deciso comunque di studiare. Ho studiato Dante, la Divina Commedia. Ma si sbagliava, l’inferno non è come lo immaginava lui perché il vero inferno lo abbiamo vissuto noi”. Parole toccanti. Toccanti tanto quanto le testimonianze di tutti i nostri sopravvissuti, tra le quali, vorrei ricordarne una in particolare di Sami Modiano, a cui penso ogni giorno della mia vita. In questa breve ma intensa ed intima testimonianza, Sami racconta del momento in cui gli venne spiegato che le fumate uscenti dai camini di Auschwitz fossero i nostri cari. Ho rabbrividito, e tutt’ora mi succede, perché quell’uomo, donna o bambino strappato alla vita potevo essere io. Perché è la nostra gente, la mia. Sono poche le parole per descrivere il tutto, ma per quanto una persona possa provare a spiegare, comprendere è impossibile. È impossibile concepire come tanta rabbia sia stata concretizzata, come tanta indifferenza si sia consolidata, di come la paura della guerra e della crisi sia stata manipolata a tal punto dal non distinguere più il bene dal male, il bianco dal nero. Rimane solo un grosso, pesante silenzio che poggia dentro di noi e che ci fa chiedere a noi stessi “come è possibile?”. Non esiste risposta, esiste solo il sapere e la forza di raccontarlo perché, citando Primo Levi, “è successo, quindi può succedere ancora”. Possiamo, e dobbiamo, fare in modo che non riaccada. E ciò è possibile solo attraverso il ricordo, la conoscenza, la cultura e la ricerca del bene, della pace e mai della guerra. Perché ieri è successo a noi, e domani, chissà. 

    Come ha spiegato Rav Funaro, ogni diciannove anni le date ebraiche e quelle del nostro calendario coincidono, ed oggi commemoriamo i settantasei anni da quel giorno. Settantasei è un multiplo di diciannove. Oggi è il 16 ottobre 1943.

    Abbiamo tutti aperto gli occhi. L’aria pesa ancora, ma la notte si fa sempre più lontana. I colori della bandiera d’Israele sono più vivi che mai.

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