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    “Una donna di Roma, combattente della memoria” Walter Veltroni ricorda Settimia Spizzichino

    «Settimia era una donna con un carattere molto forte, in cui si riconoscevano subito le sue prerogative». Così descrive Walter Veltroni Settimia Spizzichino, di cui ricorrono oggi i 100 anni dalla nascita. Veltroni, che da Sindaco di Roma ha intrapreso un poderoso lavoro sulla storia della Shoah, ed assieme a molti sopravvissuti ha guidato intere scolaresche nei Viaggi della Memoria, conosceva bene Settimia, l’unica donna sopravvissuta della retata del 16 ottobre 1943 al Ghetto di Roma. «Era una donna di Roma. La ricordo per il suo essere popolare. Come per tutte le donne di Roma l’immediatezza era il suo segno. Lei ha vissuto il punto estremo del dolore, per quello che è successo a lei, che oltre ad aver vissuto la condizione di segregazione nel campo è stata usata per gli esperimenti, e per quello che è successo alla sua famiglia. Portava l’infinito dolore di quello che aveva conosciuto, ma malgrado ciò, la distinguevano la schiettezza e la naturalità nei rapporti». Settimia è stata tra i primi sopravvissuti a parlare dell’orrore, dei campi di sterminio, e a cogliere con coraggio la necessità della testimonianza come monito: «Come altri testimoni, ha avuto la generosità di raccontare, – continua Veltroni – di assolvere al compito che molti di loro si sono assegnati: quello di raccontatori della memoria. Mi colpì una conversazione che ebbi con lei su Mengele: mi parlò dei loro corpi, quelli brutalizzati dei vivi e quelli diventati cenere nel vento». Spizzichino ha rappresentato per lunghi anni una tra le voci più ascoltate e preziose della memoria per la città di Roma, raccontando soprattutto ai giovani le tappe che l’hanno portata all’inferno, dalla retata del 16 ottobre ’43 ad Auschwitz, e poi la liberazione e il ritorno a casa: «Settimia è Roma, – continua – aveva scritta dentro questa pagina inconcepibile della città, ed è stata combattente, attraverso la memoria. Il fatto che ne stiamo parlando 20 anni dopo la sua morte, dimostra che le hanno fatto del male ma che non hanno cancellato la sua voce. Io credo che il lavoro di Settimia rimarrà alle future generazioni, perché lei, come gli altri sopravvissuti, ha passato direttamente la memoria ai “testimoni di secondo grado”».

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