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    Alla scoperta delle origini della Roma Ebraica. Capitolo 1: la vita sotto i primi imperatori

    di David Di Segni

    La presenza ebraica a Roma risale a prima della seconda metà del secondo secolo, precisamente nel 161 a.e.v, quando Roma e Gerusalemme allacciarono i primi rapporti tramite l’accordo che Giuda Maccabeo strinse con Roma contro la popolazione dei Sauleucidi, guidati da Antioco, re Siriano. Secondo Pompeo Trogo, studioso romano, gli ebrei sono stati la prima popolazione ad instaurare rapporti, rinnovati per generazioni, con Roma. Nel frattempo, la disputa dinastica per il potere nel Regno di Giudea tra Ircano ed Aristobulo, esponenti degli Asmonei, venne interrotta dall’intromissione di Pompeo, e quindi di Roma, con la conquista di Gerusalemme e del Tempio, che, tuttavia, non venne profanato. Questo, secondo Giuseppe Flavio, storico e politico romano di origine ebraica, per il timore che Pompeo avesse nei confronti di Dio, invece, per Cicerone, politico romano, per l’astuta strategia diplomatica dell’imperatore. In politica estera, Pompeo portò a compimento una serie di vittorie in Egitto ed Asia Minore, le quali portarono alla deportazione di molti ebrei a Roma. Gli ebrei della Giudea e della diaspora, o del “Galut”, nonostante accumunati dai stessi principi e dalla “politica interna”, in termini religiosi, cominciarono a divergere nelle questioni della politica estera a causa dei diversi collocamenti che avevano in tutto il mondo. Gli ebrei arrivati a Roma si posizionarono in gran parte nelle zone di Isola Tiberina (infatti, il ponte adiacente si chiamava “Pons Iudaeorum”, Ponte dei Giudei), nella zona paludosa di Trastevere, il Transtiberium, e davanti al Gianicolo. Col tempo si spostarono verso Campo Marzio, Porta Capena, alle pendici del Celio e in una zona commerciale denominata “Suburra”, presso l’Esquilino. Le sinagoghe erano circa undici e la presenza ebraica si contava intorno ai 50-60.000 abitanti (ad oggi a Roma si contano 15.000 ebrei e 21 sinagoghe).

    Giulio Cesare

    I rapporti tra Giulio Cesare ed il popolo ebraico furono eccellenti. Cesare rinnovò l’amicizia con gli ebrei, che risaliva già dai tempi degli Asmonei. Divenuto dittatore, permise la ricostruzione delle mura di Gerusalemme e riconfermò agli ebrei quelli che gli storici sono indecisi nel definire “privilegi”, che nel diritto romano indicano una disposizione legale valida per un individuo o per un gruppo particolare che, in una certa situazione, viene esentato da obblighi validi in virtù del diritto comune vigente a Roma, o “concessioni”. Secondo lo studioso Jean Juster, gli ebrei, indipendentemente dal loro status civico, godevano di privilegi a patto che fossero di origine ebraica e che osservassero la loro religione. Tuttavia, segue lo studioso, gli ebrei avrebbero goduto di concessioni e non privilegi perché, ad oggi, non sono stati mai trovati specifici riscontri, degli Acta Pro Iudaes, nella politica di Roma. Dibattito fra storici.

    Il trasferimento dell’oro a Gerusalemme era considerato concessione, mentre il rispettare prescrizioni e riti, tra cui la circoncisione, la presenza di luoghi di studio e di culto, l’esenzione di tasse durante l’anno sabbatico, l’esonero del servizio militare al fine di seguire la propria religione, la presenza di una istituzione ebraica di diritto e di giudizio, Beth Din, era considerato privilegio. Gli ebrei infatti dovevano rispettare sia le leggi di Roma, sia quelle della comunità alle quali appartenevano. Perciò, per le questioni religiose e della comunità, i romani lasciarono alle istituzioni ebraiche la piena autonomia: l’ebraismo era considerato Religio Licita. L’osservanza dei precetti ebraici precludeva la mancanza di osservanza di alcune direttive romane, ma senza ripercussioni considerato il riconoscimento da Roma stessa di questi “permessi-privilegi”.

    Cesare garantì il benessere degli ebrei non solo a Roma, ma in tutte le colonie degli imperi inviando lettere ed ordini relativi alla gestione del popolo ebraico. Nota è la lettera di rammarico al governo dell’Isola di Delo per la loro politica antigiudaica. Volle far appendere tutti i suoi decreti, in Latino e Greco, sulle mura di Tiro, Ascalona e Sidone ed in tutti i templi. Ancora, emanò un decreto per tutte le autorità volto a non impedire l’invio di oro e di tasse per il tempio di Gerusalemme. Nel giorno di distribuzione pubblica di denaro o grano (Frumentationes), nel caso in cui fosse caduta di sabato, agli ebrei ne veniva riservata una parte da ricevere il giorno seguente.

    La scomparsa di Cesare provocò il rammarico e dispiacere di tutta la comunità ebraica. Svetonio, storico e biografo dell’età imperiale, nel 44 a.e.v, scrisse che tutto il popolo di Roma intonava canti di dolore per la scomparsa dell’imperatore, ma in particolare gli ebrei, che si radunarono molte notti sul monte dove egli fu seppellito per commemorarlo. Dopo Cesare, Augusto riprese la politica di tolleranza nei confronti degli ebrei, che rispettava ma non comprendeva a causa, secondo il parere di molti studiosi, della sua ignoranza nei confronti dei riti e tradizioni ebraiche. Come il suo predecessore, fece in maniera di diffondere degli editti, affissi in diversi luoghi di Roma, a favore del popolo ebraico in modo che tutti li potessero leggere. Questo consolidò il rapporto tra le due culture e la piena lealtà degli ebrei all’impero. Questa politica di pacifica coesistenza venne seguita, anche, per garantire la Pax Augusta, o Romana, da lui promossa. Fu una mossa strategica, perché, come osservò Giuseppe Falvio, la maggioranza dei popoli finisce per ribellarsi quando le tradizioni nazionali vengono minacciate.

     

     Fonte: “Storia degli ebrei di Roma”, Riccardo Calimani

     

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