
“Per me il kibbutz è un gan eden” ha affermato Assaf Artal, che ha raccontato alla Comunità di Roma la sua esperienza come direttore del Kibbutz di Kissufim, soffermandosi sull’impatto che ha avuto la tragedia del 7 ottobre. L’incontro si è tenuto al Tempio Bet Michael.
Assaf ha passato tutta la vita nei kibbutzim: è nato in un kibbutz nel nord, ha lavorato per 22 anni in circa 12 kibbutzim, situati in gran parte vicino al confine con Gaza. Assaf è stato manager del kibbutz di Kissufim dal 2021 e ha portato avanti il suo incarico per 8 mesi dopo il 7 ottobre. Dal 2024 lavora nell’organizzazione umanitaria IsraAID, che interviene a livello internazionale per far fronte a crisi ed emergenze e che sta aiutando a ricostruire la comunità del kibbutz.
Assaf ha raccontato: “Al Kibbutz siamo tutti una famiglia: ciò che produciamo e consumiamo è di tutti. È una comunità caratterizzata da un forte legame con la terra, non solo nella sua lavorazione ma anche nel mantenimento”.
Tuttavia, il kibbutz di Kissufim, data la sua vicinanza al confine con Gaza, era spesso soggetto ad allarmi e potenziali attacchi di missili, come ha riportato Assaf. “L’allarme che suonava per segnalare un missile era la quotidianità. Ma anche in quei momenti, per noi rimaneva al 95% paradiso e al 5% un inferno”.
Ma il 7 ottobre ha completamente stravolto questa percentuale: alle 6:30 del mattino, i terroristi si sono introdotti nel kibbutz da 4 punti strategici diversi e hanno iniziato a sparare. In quel momento, ha ricordato Assaf “il kibbutz è diventato completamente un inferno”.
Assaf ha continuato: “Avevamo un’unità di emergenza che faceva periodicamente delle esercitazioni con la caserma per intervenire in attesa dell’IDF. Proprio qualche settimana prima c’era stata un’esercitazione”. Ma quando ha contattato l’IDF quel giorno, non c’erano soldati disponibili tempestivamente, e i membri del kibbutz si sono ritrovati a dover affrontare da soli l’attacco per molte ore prima che arrivassero i soldati. Un episodio che ha ricordato ad Assaf l’esperienza del padre durante la guerra del Yom Kippur, portandolo a scegliere di non rivelare agli altri membri l’incertezza riguardo l’arrivo delle truppe per non gettarli nello sconforto e conservare la loro speranza in un soccorso.
Assaf ha riportato che i terroristi erano in totale 130: ne sono stati uccisi all’incirca 60, mentre gli altri si sono dati alla fuga verso il tardo pomeriggio. “Hanno ucciso 17 persone (tra cui dei bambini e Shlomo Matzur, il rapito più anziano), 34 soldati e 6 operai” ha raccontato Assaf.
Una volta evacuati, i superstiti sono stati portati in un albergo nei pressi del Mar Morto, dove ogni sera si riunivano per parlare e condividere il peso di quella tragedia immane. “Ho capito che le persone dopo aver perso tutto avevano bisogno della certezza di tornare a casa” ha riportato Assaf. E per tale ragione, hanno deciso di stanziarsi temporaneamente a Omer, per poter facilmente raggiungere il kibbutz e poterlo ricostruire a seguito della tragedia, un’iniziativa che sta già dando risultati: “Ad oggi, c’è la stalla più avanzata e moderna di Israele” ha raccontato Assaf. “Costruire e fondare un kibbutz è facile, ma il difficile è ricostruire la società che abbiamo perso”.
Assaf ha parlato dell’importanza del contributo di IsrAID, che ha aiutato a ricostruire scuole e asili, riabilitare le comunità dei kibbuzim, e avviato progetti mirati per sostenere i giovani. Assaf ha commentato, “Dobbiamo dedicarci ai giovani perché sono la chiave per il futuro”.












