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    Comune Roma e Comunità ebraica: le storie da raccontare per non dimenticare la Shoah

    L’Assessorato alle Politiche Sociali in collaborazione con la Comunità ebraica di Roma e con FARMACAP, l’Azienda Farmasociosanitaria Capitolina, hanno dato vita al progetto “Raccontami la storia: creare ricordi per lasciare radici”. L’obiettivo è stato quello di commemorare le storie di alcune delle persone che da Roma furono deportate verso Auschwitz, e di quelle che invece riuscirono a salvarsi.

    La signora Errina Fornaro Di Veroli, ad esempio, dopo essere stata deportata ed internata ad Auschwitz, tornò a Roma il 1° settembre 1945. Alla stazione Tiburtina, un tassista le aveva detto che al Ghetto di ebrei non ve ne erano e che la sinagoga non esistesse più. Ma, giunta in prossimità di Via dei Falegnami e vedendo che di ebrei ve ne fossero, così come la sinagoga, aveva cominciato a correre verso casa, dove, poco dopo, rincontrò sua figlia Stella.

    Un’altra storia è quella di Gabriele Sonnino. La fuga tra le baracche della Magliana, poi i mesi nascosti all’ospedale Fatebenefratelli, dal quale il Dott. Giovanni Borromeo aveva allontanato i tedeschi inventando la presenza di una finta malattia, il Morbo K (dai nomi Kappler e Kasserling). Dopo poco, però, dovettero fuggire di nuovo. Stavolta al Ghetto, dentro Palazzo Costaguti, nascosti all’interno di una macchina senza ruote. Lui e sua sorella Sara, allora bambini, uscirono dal nascondiglio e furono fermati da un tedesco. È in quel momento che intervenne la figura del lattaio, Francesco Nardecchia, un uomo semplice che, vedendo la scena da lontano, prese la bambina per un braccio, le diede un ceffone e tirò fuori un crocefisso dalla maglietta per illudere il tedesco che quei bambini fossero i propri. Poi, li riportò ai loro genitori. Molti anni dopo, Gabriele ha incontrato la figlia del lattaio e le ha raccontato questa incredibile storia che il padre non le doveva aver mai voluto rivelare. Ad oggi, il nome di Francesco Nardecchia è stato inviato allo Yad Vashem per essere inserito tra i “Giusti fra le nazioni”.

    Ed ancora, la storia di Lello Di Segni, ultimo sopravvissuto al rastrellamento del Ghetto di Roma ed autore del libro “Buono sogno sia lo mio”. Cominciò a parlare solo dopo la morte di Settimia Spizzichino, sua cugina carnale. Questo perché aveva stretto un patto con lei, quello che, alla scomparsa di uno dei due, quello rimasto in vita avrebbe dovuto continuare il percorso di testimone. Deportato il 16 ottobre 1943 dal Portico D’Ottavia, sarà uno dei sedici ebrei a tornare a casa. Due giorni al collegio militare, poi il viaggio verso Auschwitz. Un ritorno difficile, la paura di non essere creduto, le notti insonni. Lello Di Segni ci ha lasciato il 26 ottobre del 2018.

    Queste sono solo alcune delle milioni di storie che si possono raccontare. È fondamentale il ricordo, e soprattutto ricordarsi di non dimenticare.

    “Per noi – ha spiegato la Sindaca Raggi, in occasione della presentazione dell’iniziativa – è un progetto importante. Senza memoria non c’è futuro. Abbiamo bisogno di fermarci e metterci in discussione, perché tutto ciò che è avvenuto è stato prodotto dall’uomo”.

    “I ricordi – ha sottolineato la presidente della Comunità Ebraica di Roma Ruth Dureghello – sono delle persone e se ne vanno quando se ne vanno le persone. Molto difficile, invece, è costruire una memoria perché memoria vuol dire raccogliere i segni e le testimonianze per farne coscienza e monito. Anche per questo è importante un lavoro come questo”.

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