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    La sirena di Yom Hashoah a Roma

    Yom HaShoah – Il giorno della Shoah, è la data istituita in Israele nel 1959 da David Ben-Gurion e Yitzhak Ben-Zvi, allora rispettivamente Primo ministro e Presidente, per ricordare gli ebrei vittime del genocidio nazista. In origine proposta per il 15 di Nissan, anniversario della rivolta del ghetto di Varsavia, è stata poi posticipata perché coincidente con il primo giorno di Pesach, la pasqua ebraica. A differenza di molti paesi, in Israele la giornata non assume solo un ruolo istituzionale con incontri e cerimonie formali, ma coinvolge tutte le persone indipendentemente dalle loro diversità. Tutto il paese si ferma sotto il suono, straziante, della sirena che viene fatta riecheggiare in ogni angolo dello stato. Si fermano le macchine, gli autobus, le persone che camminano, i lavoratori, i soldati, gli studenti, persino le lancette del tempo arrestano il proprio giro per un lungo, assordante, minuto. Non importa chi tu sia, né cosa tu stia facendo, l’importante è fermarsi e ricordare quel periodo in cui morì il mondo intero. 

     

    È un istante intenso in cui tutti si trovano accomunati, forse per la prima volta, attorno ad una memoria comune. Non è difficile, guardandosi intorno, poter trovare un figlio o un nipote della Shoah o persino un sopravvissuto. Che emozione poter anche solo immaginare cosa possa significare, per quegli occhi che hanno visto la morte, osservare uno stato con la bandiera d’Israele che sventola libera e silente sopra milioni di persone immobili, pronte a non dimenticare mai. Sono passati sessantadue anni dall’inizio di questa cerimonia collettiva, talmente emozionante da aver ispirato anche gli ebrei di tutto il mondo a portare la tradizione nei rispettivi paesi, come accaduto a Roma grazie all’iniziativa di Rav Pino Arbib, che ci racconta: «Ho assistito a questa ricorrenza in Israele ed ho deciso di portarla a Roma agli inizi del 2000 circa, sia per la sua importanza sia per ricordare all’Italia intera cosa fosse successo. Venne fatta suonare al Tempio Maggiore, alla scuola ebraica e nella piazza del quartiere ebraico, e la cosa prese subito piede perché suggestiva e sentita vivamente da tutti». Un’emozione indecifrabile, che assume un significato particolare quando il suono si dirama nel quartiere ebraico dove 1022 ebrei, tra cui donne – uomini – bambini ed anziani, furono rastrellati il 16 ottobre 1943 e deportati nel campo di sterminio di Auschwitz. Anche quest’anno si è tenuta la cerimonia, pur se in forma ridotta a causa delle limitazioni imposte dalle norme anti-Covid, in concomitanza con l’orario di inizio previsto in Israele: è stata il ponte di connessione degli ebrei sparsi nel mondo. Tra i numerosi presenti ci sono i bambini d’allora che vissero il terrore della guerra, ed il loro figli e nipoti legati dal filo della memoria.

     

    Simili manifestazioni avvengono in tutta Europa, in Francia ad esempio, davanti al “Muro dei Nomi” di Parigi, viene effettuata la lettura ininterrotta dei 76.000 nomi di ebrei francesi deportati.

     

    Insomma, un pensiero ed un sentimento comune che avvicina milioni di vite per un lungo, intenso, minuto.

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