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    La tradizione della Matzà dell’Eruv. Il racconto di Rav Riccardo Di Segni

    C’è una tradizione di Pesach nella comunità ebraica di Roma che in pochi conoscono ed è la realizzazione della Matzà dell’Eruv.

    Rav Riccardo Di Segni ci ha raccontato le origini di questa tradizione che si è tramandata negli anni e che ha incuriosito i media israeliani.

    “Tutto comincia con l’Eruv Hazerot (mescolanza) ovvero la possibilità di trasportare da una casa all’altra il cibo per lo Shabbat. Per farlo è necessario che le case siano nello stesso comprensorio, che sia circondato e che le persone che ne fanno parte si accordino nel condividere un alimento che si conservi a lungo, anche un anno. Il cibo ideale è la matzà. Ai tempi del Ghetto era più semplice fare l’eruv in quanto c’erano cancelli e mura che delimitavano l’area. Non è facile farlo ora nelle città dove abitiamo, per motivi architettonici ed organizzativi (ma qualcuno sta lavorando per farlo anche a Roma) ma abbiamo mantenuto la tradizione di fare questa matzà speciale che resti in “deposito”. È una matzà dove si fanno dei buchi più grandi fatti con un punteruolo di legno ed allargati con le dita, una volta pronta si recita la formula (senza berakhà) al Bet Haknesset durante minchà che precede l’inizio di Pesach (quest’anno venerdì pomeriggio).

    Alla vigilia di Pesach tra le cose che si fanno oltre al Bi’ur Chametz (bruciare il chametz) si prende la matzà dell’eruv dell’anno vecchio ed è tradizione buttarla nel Tevere. Rav Elio Toaff z’l’ raccontava che era consuetudine conservare molto bene questa matzà in una stanza adiacente al Bet Haknesset. Sempre Rav Toaff z’l’ raccontava che se qualcuno rompeva la matzà dell’eruv non arrivava alla fine dell’anno e che aveva saputo di due shammashim che avevano rotto questa matzà. C’è molta cura nel maneggiarla.

    Tutti gli anni Pino Arbib organizza un gruppo di volenterosi che realizza la matzà dell’eruv ed anche quest’anno rispettando le norme anti Covid è stata fatta.”

    * Si ringrazia Pino Arbib e il Dott. Alessandro Venezia per le foto

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