
Un percorso formativo per docenti che affronta il tema della trasmissione della memoria attraverso prospettive innovative e complementari.
Il secondo modulo del corso di formazione “Un’identità in bilico”, giunto alla sua sesta edizione, si concentra su uno dei nodi più cruciali della contemporaneità: la trasmissione della memoria della Shoah e la comprensione delle dinamiche dell’antisemitismo. Non è un caso che gli organizzatori abbiano scelto di avviare questo modulo proprio il 26 gennaio 2026, alla vigilia del Giorno della Memoria, con i saluti istituzionali di Carola Funaro, Vicepresidente e Assessore alla Memoria della Comunità Ebraica di Roma.
Il modulo si articola in quattro lezioni che, attraverso approcci disciplinari diversi, offrono ai partecipanti strumenti interpretativi per comprendere e trasmettere la memoria della Shoah alle nuove generazioni. La scelta metodologica è significativa: non si tratta di una mera commemorazione rituale, ma di un percorso che interroga criticamente le forme della memoria, le sue rappresentazioni e il contesto storico che ha preceduto la tragedia.
Il cinema come linguaggio della memoria
La prima lezione, tenuta da Claudia Hassan, direttrice del CeRSE e docente all’Università di Roma Tor Vergata, esplora il rapporto tra cinema israeliano e Shoah. Questa scelta tematica è particolarmente rilevante perché il cinema israeliano ha sviluppato negli anni un linguaggio originale e complesso per confrontarsi con il trauma della Shoah, oscillando tra la necessità di ricordare e quella di costruire una nuova identità nazionale. I film israeliani sulla Shoah hanno spesso rappresentato una rottura rispetto alle narrazioni più consolidate, ponendo domande scomode sulla memoria, sull’eredità del trauma e sul modo in cui le generazioni successive elaborano un passato che non hanno vissuto direttamente. Per i docenti, comprendere questo linguaggio cinematografico significa acquisire uno strumento didattico potente, capace di dialogare con gli studenti attraverso un medium a loro familiare.
L’uso politico della memoria
Particolarmente stimolante appare la seconda lezione di Caterina Albana sul memoriale di Buchenwald, che introduce il tema dell'”uso della memoria”. Il campo di Buchenwald ha infatti una storia complessa: liberato dagli americani, finì nella zona di occupazione sovietica e venne utilizzato come campo di internamento dalla NKVD fino al 1950. La storia del suo memoriale riflette le trasformazioni politiche della Germania divisa e poi riunificata. Questa lezione solleva questioni fondamentali: come cambia la narrazione della memoria a seconda dei contesti politici? Come i luoghi della memoria possono essere strumentalizzati? Quali sono le responsabilità di chi trasmette la memoria? Sono domande che i docenti devono saper affrontare, soprattutto in un’epoca in cui assistiamo a tentativi di revisionismo e relativizzazione della Shoah.
La memoria nella scienza
La terza lezione, curata da Aldo Winkler dell’INGV, presenta il progetto “Pagina della Memoria”, un’iniziativa che documenta l’impatto delle leggi razziali sulla comunità scientifica italiana. Questo approccio è prezioso perché mostra come l’antisemitismo fascista non fu solo violenza fisica, ma anche cancellazione culturale e scientifica. La rimozione degli scienziati ebrei dalle università e dagli istituti di ricerca rappresentò un danno incalcolabile per la scienza italiana, un vuoto che in molti casi non fu mai colmato. Raccontare queste biografie spezzate significa anche restituire dignità a persone che furono private del loro lavoro, della loro identità professionale, prima ancora di essere deportate. Per i docenti di materie scientifiche, questa lezione offre l’opportunità di integrare la memoria della Shoah nell’insegnamento delle loro discipline.
Prima della catastrofe
La quarta lezione di Giordana Terracina, dedicata agli ebrei romani nell’età del consenso, completa il quadro con uno sguardo sul periodo precedente alla Shoah. Comprendere il livello di integrazione raggiunto dagli ebrei italiani, e romani in particolare, nella società fascista degli anni Trenta è fondamentale per cogliere la portata della rottura rappresentata dalle leggi razziali del 1938. Gli ebrei italiani si sentivano pienamente italiani, molti erano fascisti convinti, alcuni avevano combattuto nella Grande Guerra e nella campagna d’Etiopia. La loro espulsione dalla comunità nazionale fu dunque uno shock profondo, un tradimento che molti non riuscirono a comprendere fino alla fine.
Questo modulo, nel suo complesso, rappresenta un esempio di come la formazione sulla Shoah debba essere articolata, critica e multidisciplinare. Non basta ricordare: occorre interrogare le forme della memoria, comprendere i meccanismi dell’antisemitismo e del consenso, e fornire ai docenti gli strumenti per trasmettere questa conoscenza alle nuove generazioni in modo efficace e non retorico. Un contributo prezioso per mantenere viva una memoria che è responsabilità collettiva.












