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    Miracoli (Hanuccah 1952)

    Shalom, in collaborazione Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma, propone un intervento del 1952, pubblicato dall’allora Rabbino Capo di Roma Elio Toaff su La voce della Comunità Israelitica di Roma in occasione della festività di Hanuccah.

     

    Ogni anno, allorquando nelle case ebraiche e nei Batté Kenesioth, le fiammelle dalla Hanuccah tornano a risplendere, recando una nota di gioia e di pura letizia, i figli di israele si domandano la ragione non solo di quella ricorrenza, ma soprattutto di quella serena gioia che le tremule fiammelle continuano a creare nell’animo, non più capaci di penetrare a fondo il loro valore simbolico.

    Fin dalla nostra infanzia quando seduti sui banchi della scuola apprendevamo attenti e interessati dalla viva voce del maestro la storia del Tempio riconsacrato dai Maccabei ed il miracolo dell’olio che bruciò per otto giorni ininterrottamente davanti all’Arca, anziché per quelle poche ore che normalmente avrebbe dovuto ardere, il nostro animo era pago ed il nostro ringraziamento si elevava puro e sincero al Signore, al “Signore dei prodigi” quasi che noi stessi fossimo stati partecipi del grande avvenimento soprannaturale.

    Gli anni passarono ed a bambini diventammo giovanetti e poi uomini e nelle nostre letture ed anche dalla voce di altri maestri sentimmo ripetere la storia di Hanuccah, una storia di leggendario eroismo, una storia fatta di vittoriosi scontri dei pochi contro i molti che culminò con una vittoria meravigliosa che ebbe come risultato la riconquista di Gerusalemme e la riconsacrazione del Tempio. Del miracolo dell’olio non si sentì più parlare o ad esso si sentì accennare solo fuggevolmente come se si trattasse di semplice leggenda  creata dalla fantasia dei Maestri più che di fatto realmente accaduto. Ed avvenne così che il nostro animo, che da fanciullo era rimasto avvinto dal fatto straordinario di un intervento divino, soprannaturale, che aveva compensato l’eroismo del popolo ribelle all’imposizione di un culto e di una cultura stranieri, che aveva compreso il grande significato di quelle fiammelle purificatrici, una volta divenuto più esperto e più scientificamente preparato, perse la nozione del valore della festa di Hanuccah. L’uomo, ormai scettico di fronte alla partecipazione divina nelle cose umane, cercò di celebrare solo l’evento militare e di cancellare quello religioso per rendere più comprensibili il fatto storico e la celebrazione in tempi in cui il Signore, per le nostre azioni di ogni giorno, si è allontanato da noi, negandoci ciò che concesse ai nostri padri allora e cioè il suo diretto intervento. 

    Negli otto giorni di Hanuccah nei Templi si recita per intero l’Hallel, la raccolta di quei salmi che lodano il Signore per le Sue gesta meravigliose, per i Suoi prodigi, nello stesso modo in cui si recitano esultando per Shavuot e per Succoth. Come lodiamo il Signore che scese sul Sinai di fronte a tutto Israele per donargli la Torah, come Lo lodiamo per avergli dato, sia pure nel deserto, una capanna ombrosa ed il cibo quotidiano per mantenerlo in vita e per poter entrare nella Terra Promessa, così Lo lodiamo per il miracolo dell’olio di Hanuccah che equivale a dire per aver gradito la purificazione del Tempio, unitamente alla purificazione degli animi, ormai definitivamente liberati dagli influssi di una civiltà e di una cultura straniere alle quali avevano aderito sacrificando il loro ebraismo. Non è certo per le vittorie militari o per gli eserciti nemici battuti o per il sangue nemico versato che si recita l’Hallel. Se fosse così, quanto più con ragione avrebbe dovuto esserne istituita la lettura per celebrare l’uscita degli ebrei dall’Egitto! Eppure no, di Pesach si canta l’Hallel completo i primi due giorni e gli altri solo parzialmente perché non è consentito rallegrarsi della strage di tanti uomini, creature di Dio, che accompagnò il miracolo del Mar Rosso!

    L’Ebraismo odia il sangue e si rattrista anche quando vince, se la sua vittoria reca rovina e morte ai suoi nemici. Si legge nei Pirké Avoth: “Quando il tuo nemico cade, non gioire e quando lo vedi inciampare non si rallegri il tuo cuore affinchè non ti veda il Signore ed il tuo comportamnento spiaccia ai Suoi occhi”. Come avrebbero potuto i figli d’Israele dimenticare questa massima di sublime pietà e recitare l’Hallel per le sconfitte inferte dai Maccabei agli eserciti nemici dei Siro-macedoni?

    Essi invece compresero l’importanza dell’ultimo episodio del miracolo con cui il Signore volle intervenire direttamente per suggellare la riconquistata indipendenza politica e religiosa e celebrarono l’avvenimento col canto dell’Hallel ed accendendo quelle fiammelle che hanno lo scopo di ricordare a tutte le generazioni come il Signore gradisca la purificazione che Israele fa nei suoi altari e nella sua coscienza ogni qualvolta decida di ritornare al suo Dio e di riconquistare il suo ebraismo.

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