
Roma ha rinnovato oggi il suo impegno civile nella custodia della memoria con la posa di nuove pietre d’inciampo, piccoli sanpietrini d’ottone incastonati nel tessuto urbano che inducono a fermarsi, a ricordare, a dare un volto e un nome alle vittime della Shoah. Uno dei momenti più intensi della mattinata si è svolto nel cuore dell’ex ghetto, in via Elio Toaff, dove sono state collocate quattro pietre dedicate ad Amelia, Sabatino e Giuseppe Finzi e a Zaira Zarfati. La famiglia Finzi, parte integrante della Comunità ebraica romana, viveva in quell’area prima che le leggi razziali e la successiva persecuzione nazifascista ne spezzassero la vita quotidiana, portando ad arresti, deportazioni e alla cancellazione violenta di intere storie familiari. Alla cerimonia erano presenti Alessandra Sermoneta, vicepresidente del I Municipio, e alcuni membri della Comunità Ebraica di Roma. Particolarmente toccante l’intervento di Giorgio Finzi, figlio di Sabatino, sopravvissuto ad Auschwitz, che ha condiviso il ricordo del padre e dei suoi familiari, trasformando la commemorazione in una testimonianza diretta, capace di unire la memoria privata a quella collettiva.

L’inaugurazione del percorso è avvenuta a via di Porta Maggiore, alla presenza del presidente dell’Archivio di Stato nazionale e dell’ambasciatore tedesco a Roma.
Un altro passaggio fortemente simbolico si è svolto in via dell’Umiltà, dove ha avuto luogo l’inaugurazione del percorso, li hanno preso parte i rappresentanti dell’Archivio di Stato nazionale di Roma e l’ambasciatore tedesco, a sottolineare il valore istituzionale e internazionale dell’iniziativa – inserita nella XV edizione del progetto curato da Adachiara Zevi e promosso da Arte in Memoria, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica – dove i discendenti delle famiglie ricordate si sono ritrovati arrivando da Portogallo, Svizzera, Milano, Torino e Palermo: parenti che non si conoscevano e che si sono incontrati per la prima volta attorno a quelle pietre, dando forma concreta a una memoria che ricuce legami spezzati.
“Pietre che ci inducono a fermarci e a riflettere, “inciampare” nella memoria mentre camminiamo. Siamo qui oggi per restituire un nome a persone che furono cancellate dalla Shoah. E le abbiamo riportate a casa” ha detto a Shalom Carola Funaro, Vicepresidente e Assessore alla Memoria della Comunità Ebraica di Roma. Un messaggio che sintetizza il senso profondo delle pietre d’inciampo: non semplici targhe, ma presenze silenziose che riaffiorano nel presente per impedire che l’oblio diventi complice della storia.













