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    Selma Modiano compie 82 anni

    Io ho
    avuto tante sfortune nella vita, ma anche la buona sorte di trovare una
    compagna che mi ha capito sin dall’inizio.

    Queste sono
    le parole con cui Sami Modiano descrive sua moglie Selma: la sua forza, il suo
    più grande sostegno che oggi compie 82 anni.

    Una compagna
    di vita, un esempio di donna forte e coraggiosa, Selma è per Sami una famiglia,
    soprattutto dopo che l’uomo ha perso suo padre Jacov e sua sorella Lucia a
    Birkenau.

    Selma
    Doumalar nasce anche lei a Rodi il 12 dicembre 1938. Terza di quattro figli, ad
    appena un anno e mezzo sua madre la mandò a vivere con sua sorella.

    “Mia zia
    chiese a mia madre: “se dovessi partorire una femmina, ti chiedo soltanto di
    farmela crescere”; così quando avevo circa un anno e mezzo, sono andata a
    vivere con mia zia – racconta Selma – ho passato tanti anni a casa sua, poi
    quando sono iniziate le deportazioni degli ebrei, sono tornata a casa di
    mamma”.

    La famiglia
    di Selma riesce a scampare al rastrellamento degli ebrei di Rodi, nascondendosi
    in un piccolo villaggio, dove sono rimasti fino alla fine della Guerra.

    Pochi sono i
    ricordi legati alla sua infanzia e al periodo della deportazione; qualche
    immagine resta vivida nella mente, tra cui quella di sua nonna. Per Selma la
    vera e propria storia inizia dal suo incontro con Sami Modiano.

    Selma e Sami
    si conobbero nel 1955: lei aveva appena tredici anni e Sami era tornato a Rodi
    dopo dieci anni di assenza, in cui era sopravvissuto ai campi di sterminio e perso la sua famiglia.

    Si sposarono
    con rito civile nel Congo belga, dove Sami si era trasferito il 5 dicembre 1958
    e il 10 Gennaio 1959 con rito ebraico. Da quel momento Selma ha dedicato la sua
    vita a suo marito:

    “Sami è un
    uomo meraviglioso: è buono. Abbiamo da poco festeggiato sessantaquattro anni di
    matrimonio – racconta ancora Selma, la donna che gli è sempre stata accanto e
    che lo ha incoraggiato a raccontare la sua testimonianza – ho cercato di
    stargli vicino, perché Sami ha sofferto e ancora soffre per ciò che ha vissuto
    e ha visto accadere davanti ai suoi occhi. Le immagini del campo di sterminio sono impresse nella sua mente come un fotogramma”.

    Vivere
    accanto ad un sopravvissuto non è semplice, lo dice lo stesso Sami, ma con la
    sua forza e il suo amore, Selma è sempre stata un punto di riferimento per Sami
    e lo ha aiutato nel corso degli anni ad aprirsi, facendogli capire che la sua
    storia doveva essere conosciuta: “Quando ci siamo sposati non sapevo nulla di
    ciò che aveva passato. Avevo soltanto sentito che era tornato da campi di sterminio – spiega Selma – dopo il matrimonio mi ha pian piano raccontato
    i particolari e, accompagnandolo nei viaggi della Memoria, ho scoperto sempre
    più episodi di quella terribile esperienza. Molte cose non me le ha volute mai
    spiegare, le tiene dentro di sé”.

    Nel 2005
    Sami decide di tornare ad Auschwitz per raccontare la sua storia. Con il
    sostegno della moglie, il sopravvissuto capisce che è arrivato il momento di
    riaprire quella pagina del suo passato:

    “All’inizio
    Sami aveva tentato di raccontare ciò che aveva vissuto ma nessuno credeva che
    potessero davvero essere accadute cose del genere, perciò si è chiuso.
    Dopo il viaggio ad Auschwitz del 2005, quando ha visto l’interesse degli
    studenti e l’importanza della sua testimonianza, gli ho detto “Sami, è il
    momento”.

    Ed è stato
    davvero il momento: insieme a Piero Terracina, Shlomo Venezia e tanti altri
    sopravvissuti, Sami ha iniziato ad andare nelle scuole a parlare con i ragazzi:

    “Sami si è
    dedicato alle nuove generazioni e di questo sono molto contenta. Preghiamo
    sempre che i ragazzi continuino a raccontare e ad andare a visitare questi
    posti terribili; che capiscano cosa Sami e gli altri deportati hanno sofferto.
    Perché non deve accadere mai più – conclude Selma – inoltre voglio rivolgere un
    ringraziamento personale alla Comunità Ebraica di Roma che ci ha accolti come
    una famiglia e non ci sentiamo soli”.

    A questa
    donna così forte e così straordinaria un grande Mazal Tov.


     Foto in copertina di Micol Funaro

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