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    Il dromedario bianco

    Quando ero piccolo, mia nonna, la madre di mia madre, mi raccontava delle storie incredibili di quando era giovane e viveva in Libia. Io credevo fossero frutto della sua fantasia, le fiabe che i grandi raccontano ai piccoli per attrarre la loro attenzione. Quando mi ha lasciato per sempre, qualche volta andavo a rivedere delle fotografie riposte in un cofanetto e scoprii con sorpresa che alcune immagini confermavano le storie che mi aveva narrato. Tra queste, quella che mi aveva colpito di più era quella del dromedario bianco con gli occhi azzurri appartenuto a mio nonno.

    Mi diceva che il Mehari era invidiato dai suoi amici arabi non solo per il colore unico, ma anche per il meraviglioso vello morbido e lucido. Il marito spesso lo usava per andare a caccia di gazzelle nel deserto, faceva controllare minuziosamente l’attrezzatura dalla sua guida araba e prima di partire per restare per giorni e giorni nel Sahara.

    All’epoca si andava all’avventura, una volta abbandonate le ultime zone abitate, non si poteva più comunicare con il mondo circostante, un viaggio in solitudine in cui si era in compagnia soltanto dei suoni della natura. Nelle ore più calde, mio nonno e la guida araba si riparavano all’ombra delle rocce, raccoglievano rametti secchi dai cespugli spinosi sparsi lì intorno e accendevano un fuocherello dove mettevano su un vecchio bricco nero di fuliggine per bollire l’acqua del tè che rimaneva ore e ore in infusione diventando sempre più denso e profumato. I due uomini si sedevano a terra a gambe incrociate intorno al bivacco, le spalle e la testa avvolte in un grande panno bianco per ripararsi dal vento e dalla sabbia e restavano in silenzio con lo sguardo un po’ rivolto verso la teiera e un po’ a scrutare il panorama. Era il modo più semplice di passare la lunga attesa prima che il sole superasse lo zenit e, calando verso l’orizzonte, diventasse più accettabile per poter proseguire.

    Quando tornava a casa dalla moglie, le faceva dono di una rosa del deserto che aveva raccolto per lei e le raccontava le cose incredibili che aveva visto: Il cielo limpido di una notte con mille stelle che precipitavano come un fuoco d’artificio, aver dormito sotto lo sperone di roccia dipinto con colori vividi che immortalavano uomini che davano la caccia a bestie esotiche. Una volta, le aveva anche narrato di aver visto un fenomeno che sembrava incredibile: Una polla sorgiva nasceva dalla sabbia e creava un ruscello di acqua fresca e cristallina di una cinquantina di metri ma che infine veniva assorbito dalla terra bagnata, come in un eterno moto perpetuo.

    Le raccontava anche di quanta vita c’era in un posto tanto desolato, di quando era incappato in insetti e rettili dall’aspetto talvolta minaccioso e altre buffo. Durante la lenta marcia, salendo e scendendo le dune, vedevano passare sulla loro testa grandi stormi di uccelli che andavano verso la meta battendo lentamente e ritmicamente le ali. Aveva anche visto le piccole gazzelle saltare a decina all’ombra delle rocce ma non aveva avuto l’animo di sparare.

    Mia nonna ascoltava affascinata e si faceva promettere che l’escursione successiva l’avrebbero fatta insieme, almeno per una volta nella vita. Sognava di poter ammirare abbracciata a lui quell’immenso cielo stellato e di sentire insieme il rumore del vento. Ma con sei figli da accudire, in cuor suo sapeva che sarebbe rimasto un desiderio irrealizzato.

    Poi lui un giorno, morì ancora giovane di polmonite, ricordo la malinconia nella voce che raccontava, mi disse che da quel momento aveva perso il piacere di guardare il mare, il sole, il cielo e le stelle. Mi è rimasto il ricordo del viso di nonna, il suo sguardo che fissava un mondo ormai lontano mentre la sua voce si spegneva in silenzio.

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