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    ‘’Sono tornati i due ufficiali tedeschi’’. La razzia del patrimonio librario della Comunità nel 1943

    “Giovedì 30 settembre 1943 (Primo giorno di Rosh HaShanà). Questa mattina sono venuti due ufficiali tedeschi per visitare gli uffici del secondo e terzo piano, specialmente le due Biblioteche”: è quanto annota Rosina Sorani, impiegata della Comunità israelitica con mansioni di segreteria, nel diario che ha cominciato a scrivere per tenere memoria degli eventi che si vanno snodando in quel caotico principio di autunno nella Roma ormai sotto il giogo nazista.

    Rosina è dotata di un carattere solido, concreto, razionale: è una donna di mezza età con i piedi per terra, non quel che si dice un soggetto impressionabile. Motivi per preoccuparsi seriamente, però, non le mancano: nei quattro giorni immediatamente precedenti hanno avuto luogo le drammatiche vicende dell’oro; il giorno prima, 29 settembre, una quarantina di militari tedeschi armati di tutto punto ha invaso gli uffici della Comunità, posizionando in strada alcune mitragliatrici e addirittura – si legge nel diario – “due grossi carri armati che sarebbero dovuti servire per sfondare il portone caso mai lo avessero trovato chiuso”; inoltre, Rosina ha forse già appreso da suo fratello Settimio – che tiene le fila dell’attività della DELASEM nella capitale – qualche dettaglio dei terribili racconti di correligionari provenienti da territori già da tempo occupati dalle truppe di Hitler.

    Il 1 ottobre 1943, secondo giorno di Rosh HaShanà, la donna scrive: “Sono tornati i due ufficiali tedeschi per studiare i volumi delle biblioteche”. È evidente che i nazisti non si accontentano dell’oro; si profilano nuove minacce, nuovi pericoli. L’anno non inizia bene.

    Le biblioteche che hanno sede all’interno dell’edificio del Tempio Maggiore sono quella della Comunità e quella del Collegio rabbinico italiano. Costituiscono raccolte di pregio, specialmente la prima: sui suoi scaffali sono allineati manoscritti, incunaboli, soncinati, cinquecentine stampate da Bomberg, Giustinian, Bragadin, testi del XVI secolo editi a Salonicco, Costantinopoli, Lublino, Cracovia, che non trattano solo argomenti attinenti alla religione; Isaiah Sonne, per esempio, in un elenco parziale compilato tra il 1933 e il 1934, aveva citato anche la traduzione in ebraico di un trattato di medicina di Avicenna datata 1324. “Ho osservato attentamente i numerosi e grandi armadi che contenevano i libri, e fra quelli, moltissimi volumi in folio”, dichiarerà in seguito Fabian Herskovits, che aveva visitato più volte tale biblioteca alla fine degli anni Trenta; lo studioso affermerà che essa conteneva circa settemila volumi, tra i quali antichi manoscritti e testi a stampa, preziosissimi perché rimasti in unico esemplare e dunque non reperibili altrove.

    L’11 ottobre 1943, un drappello di nazisti effettua un terzo sopralluogo che si conclude con una telefonata alla ditta Otto e Rosoni, allo scopo di fissare una data per l’asportazione dei testi, e anche con esplicite minacce a Rosina: il materiale è sotto sequestro e, se dovesse venirne a mancare anche solo una parte, sarà lei a pagare con la vita.

    Quello stesso giorno, Ugo Foà e Dante Almansi – presidenti, rispettivamente, della Comunità israelitica di Roma e dell’Unione delle comunità israelitiche italiane – redigono un rapporto-denuncia dell’accaduto e lo inviano alla Divisione delle Biblioteche presso il Ministero dell’Educazione nazionale e alle Direzioni generali dei Culti, dell’Amministrazione civile e della Pubblica sicurezza presso il Ministero degli Interni; sperano che tali destinatari abbiano a cuore la conservazione del patrimonio del Paese, della città, ma invece l’appello non sortisce alcun effetto. Il 14 ottobre, primo giorno di Succot, vengono caricati su due vagoni merci quasi tutti i testi della biblioteca della Comunità e parte di quelli della biblioteca del Collegio rabbinico; poi, tra il 22 e il 23 dicembre, sono stipati su un unico vagone altri testi di quest’ultima.

    Soltanto i libri del secondo trasporto, meno rari e pregiati degli altri, saranno recuperati quasi integralmente nell’immediato dopoguerra. Della biblioteca della Comunità non restano, invece, che venticinque volumi messi in salvo fortunosamente in quel terribile autunno.

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