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    Gli ebrei, da sempre postmoderni. Una raccolta di scomode verità nel volume enciclopedico di Emanuele Calò

    Un tafferuglio fortunatamente non violento ma certo poco entusiasmante viene registrato presso il Salone torinese dell’editoria. Guadagna in tempo reale gli onori delle cronache, volendo restare nelle locuzioni giornalistiche di anni ancora educati e poco inclini alla immediata ripartizione in tifoserie rumorose. Il romanzo autobiografico di un ministro (anzi ministra) risulta infatti duramente contestato alla presentazione. Si apre acceso dibattito tra le fazioni contrapposte. Seguono denunce, articoli, talk show. Non sembri cosa fuorviante citare questo episodio, il quale nulla avrebbe a che fare con temi e problemi “nostri” cioè ebraici, per raccontare le ragioni del volume davvero enciclopedico che con competenza e pazienza ha saputo comporre Emanuele Calò (La questione ebraica nella società postmoderna/Un itinerario tra storia e microstoria. Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2023. Pp. 504, Euro 60,00). Infatti negli ultimi tre decenni è stato troppo spesso impossibile discutere nelle università e nei pubblici luoghi d’incontro l’articolazione decisiva e fondamentale dell’ebraismo contemporaneo, e cioè l’esistenza di uno Stato ebraico. Si possono fare centinaia di convegni sulla Shoah, sulla grande letteratura degli scrittori ebrei e su tutto il resto, però meglio non avventurarsi sul terreno della realtà e delle politiche di Israele dopo 80 anni di aggressione fondata sulla delegittimazione. Israele ha restituito la possibilità di una sopravvivenza non tanto fisica quanto psicologica a ciò che restava del mondo ebraico dopo la Shoah. Comunisti e socialisti dei kibbutzim, religiosi di varia osservanza, haredim ultraortodossi, atei e laici, uomini e donne in carriera che non intendono nascondere la propria identità. Tutti devono praticamente tutto non al movimento sionista, quanto piuttosto a ciò che grazie al sionismo politico fu realizzato: ovvero una società complessa, vitale, e un paese che ha raggiunto una dimensione economica forse ormai superiore a quella –per esempio— della Scandinavia. Emanuele Calò ha voluto impostare l’intero suo lavoro sviluppando l’analisi storica e antropologica della natura profonda che l’antisemitismo assume nella contemporaneità. E’ definito postmoderno il pianeta globalizzato, dove la comunicazione risulta istantanea e i parametri tradizionali che prendevano le misure della realtà si sono trasformati in luoghi comuni. Li condivide soltanto da una parte dell’umanità. Mode e culture “altre” esigono pari dignità. Occorre preliminarmente stabilire in termini non equivocabili come sia la condizione di minoranza a generare ostilità, e come l’ostilità antiebraica tutte le altre riassuma in termini paradigmatici. E’ una sorta di “archeologia del sapere” antisemita, forse sul modello di Michel Foucault, quella che ci viene proposta. E poiché dopo la Shoah l’antisemitismo tradizionale ha cessato di essere praticabile, si pratica invece serenamente negli USA e in Europa un antisionismo militante spacciato sotto il nome di un miraggio attualmente fuori vista, chiamato “due popoli, due Stati”. Locuzione che è miraggio non perché bella, umanamente auspicabile e forse perfino necessaria, bensì perché chiedendo contestualmente l’abolizione della Legge del Ritorno si toglierebbero a Israele le ragioni stesse del suo esistere. E’ appunto la Legge del Ritorno l’obiettivo di una ostilità irriducibile tipica del mondo islamico, il quale certo non si riconosce nell’antisemitismo genocidario dell’Europa.  Nei grandi Stati dell’Islam le masse non vollero rassegnarsi all’evidenza degli ebrei che si costituivano in Stato, e quindi oggi antisionismo e antisemitismo compaiono spesso insieme su entrambe le facce di una moneta che si spende molto bene in occidente, quasi come i dollari del petrolio. Il ragionamento di Calò risulta efficace e serrato, senza fratture nella logica e neppure nel procedere, sostenuto da un apparato di note esaustivo, imponente. Nonostante un’avversa propaganda martellante che vorrebbe lo Stato degli ebrei all’origine di ogni complotto e burattinaio occulto nella grande politica internazionale, Israele procede nella edificazione di una società inevitabilmente contraddittoria ma sicuramente ebraica. Però in modi nuovi, imprevedibili fino a quel 5 Iyar 5708/14 maggio 1948 che segnò il ritorno di un popolo sulla terra delle origini. Miriadi di condanne all’Assemblea Generale ONU per i più svariati motivi, spesso futili se non ridicoli, hanno trasformato Israele nell’ebreo tra gli stati, tentando ancora una volta di chiudere i cancelli di un ghetto planetario. Ma senza successo. Unico caso di paese sottoposto a minacce verbali di annichilimento geografico, a piogge di missili, ad attentati perfino sulle fermate degli autobus, Israele non è intimidito e reagisce. Come in tutte le guerre ci sono vittime civili, quindi l’uso della sola forza militare sembra talvolta non adeguato anche all’opinione pubblica. Ma la società israeliana resta comunque robustamente democratica, benché sotto assedio. E rifiuta con orrore i mezzi che tuttora si vedono operativi in Siria, Sudan, Yemen, Libia e svariati altri paesi dal Maghreb al Mashrek, estremo occidente ed estremo oriente di un Islam contemporaneo che sembra aver dimenticato la grande civiltà delle proprie origini.   

     

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