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    La Guerra in Italia. Donne, Uomini e Territorio

    Si presenta oggi la mostra fotografica virtuale “La Guerra in Italia. Donne, Uomini e Territorio”, della Fondazione Museo della Shoah. La mostra è il risultato della collaborazione tra la Fondazione e l’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania in Italia, e finanziata dal Fondo Italo-Tedesco per il Futuro. Lo scopo è di raccontare ciò che la seconda guerra mondiale ha causato nel nostro paese, attraverso immagini provenienti da archivi italiani e stranieri, in gran parte poco note.

    La mostra è suddivisa in otto sezioni, dedicate ai principali soggetti degli eventi narrati. Sono le donne e gli uomini, infatti, i protagonisti di questa mostra: uomini armati e civili, carnefici e vittime, in un intreccio di sofferenze inflitte o subite.

    Ogni foto è stata elaborata graficamente in modo da esaltare dei particolari che colpiscano il visitatore virtuale, ed è accompagnata da un testo antologico che racconta l’esperienza vissuta dalle persone ritratte. Le letture dei testi sono state effettuate da due attori straordinari: Micol Pavoncello e Fabio Vitta Ferrari, che hanno dato la loro voce al dolore e alla sofferenza causate dalla guerra. E’ una mostra che si rivolge soprattutto ai giovani, che hanno più di ogni altro bisogno di vedere e di “vivere” ciò che viene loro insegnato nelle scuole, con un approccio che, speriamo, sia innovativo, coinvolgente e, soprattutto, efficace.

    C’è una sezione che è però diversa dalle altre, ed è quella dedicata agli ebrei. In questa parte non si vedono foto di persone nei campi di sterminio, ma vi sono immagini di ebrei prima della persecuzione. Ci sono le sorelle Bucci, ad esempio, deportate da Fiume e finite ad Auschwitz nella “Baracca dei Bambini”; c’è la foto di Emanuele Di Porto e della sua famiglia. La madre, come ormai moltissimi ebrei romani sanno, fu presa il 16 ottobre dopo aver lanciato Emanuele, all’epoca dodicenne, giù dal camion che la portava al Collegio militare. C’è la foto di Pacifico Di Consiglio, il “Moretto”, il partigiano che combattè una sua Resistenza personale a Roma fino alla Liberazione. Per le foto delle sorelle Bucci, e del loro cuginetto, ucciso in maniera atroce, e per la famiglia Di Porto, è la voce stessa dei protagonisti a raccontare la loro storia. Non c’è attore, abbiamo pensato, che potesse ridare la potenza della loro testimonianza.

    Sinceramente non so spiegare razionalmente il motivo di questa scelta: del perché non abbiamo messo foto dei campi o di ebrei durante la deportazione, ma solo di persone nel pieno della loro vita, ritratte prima della tragedia. E’ stata una scelta “di pancia”, che col senno di poi potremmo spiegare con la volontà di raccontare ciò che la Shoah ha distrutto, ciò che l’antisemitismo ha tolto non solo al mondo ebraico, ma a tutta la società italiana. Ma, ripeto, sono razionalizzazioni ex post. Forse abbiamo voluto far vedere il sorriso di Sergio De Simone, con il suo vestito della festa, con tutta l’inesauribile gioia di vivere di un bambino di quattro anni. 

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