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    Sophia Loren, protagonista di Judith alla scoperta di Israele – i materiali del film in mostra al Museo ANU

    Sophia Loren, la straordinaria diva italiana senza tempo, vincitrice di due premi Oscar, oggi splendida ottantottenne, ha lasciato una importante traccia di sé anche in Israele. Prima di intraprendere le riprese di Judith, di cui è stata interprete principale, era arrivata a Tel Aviv il 29 luglio del 1964, per una decina di giorni aveva visitato kibbutzim e basi militari, si era soffermata a lungo in raccoglimento a Lohamei HaGeta’ot, la casa- museo che ricorda le gesta eroiche dei combattenti dei ghetti, per istallarsi poi per tutta le riprese, durate oltre tre mesi, in una suite al Dan Carmel di Haifa. 

     

    Daniel Unger, figlio di Kurt, il produttore cinematografico del film Judith, ha donato a ANU il Museo del Popolo ebraico di Tel Aviv, materiali di notevole interesse che hanno permesso all’editorialista Dana Kessler di offrire, nelle scorse settimane, un racconto inedito delle riprese della pellicola.

     

    Nato a Berlino nel 1922, Kurt Unger apparteneva a una famiglia ebraica attiva nel mondo del cinema. Alla morte del padre, negli anni dell’ascesa del nazismo, la madre riuscì a emigrare con Kurt e con la sorella nell’allora Palestina. A Tel Aviv e successivamente a Roma e Londra, Kurt seguì le orme paterne fino a diventare produttore affermato. 

    Sophia Loren  “Judith” durante le riprese  (Foto di BOB PENN @ Paramount Pictures & Screenlife Est grazie a  Daniel Unger)

    Judith nacque dalla volontà di Unger di ambientare la storia nel 1948, negli ultimi giorni del Mandato Britannico. Nella versione iniziale Sophia Loren avrebbe dovuto impersonare una scienziata ma rifiutò il ruolo così concepito per accettare di calarsi nei panni di una donna e madre, sopravvissuta alla Shoah. Nel film Aaron Stein è il comandante di un kibbutz che cerca Gustav Schiller ex generale nazista, complice dei paesi arabi. Schiller aveva abbandonato la moglie ebrea Judith, causandone la deportazione a Dachau e sottraendole il figlio. La storia si snoda con grande intensità emotiva per un finale tutto da scoprire.

     

    La pellicola, finanziata anche della Paramount Pictures, ha avuto un budget di 5 milioni di dollari, un investimento così alto era inimmaginabile negli anni ’60 in Israele, neppure Exodus era costato così tanto.  Per il set era stato creato dal nulla il kibbutz di Tel Avdon, destinato a essere smantellato alla fine delle riprese. “Poiché il film è stato girato nel 1964 – spiega Daniel Unger – era difficile trovare una location idonea a riprodurre fedelmente i luoghi del 1948. Mio padre, conosceva bene gli studi cinematografici europei e sapeva quanto i costi sarebbero stati ingenti soprattutto per le riprese aeree e per le scene della guerra con i carri armati ma il suo desiderio di autenticità ebbe il sopravvento. Inutile dire che al giorno d’oggi le stesse sceneggiature verrebbero realizzate digitalmente.”

    Poster originale di “Judith”. Director: Daniel Mann, Producer: Kurt Unger/ USA 1966, courtesy of Daniel Unger (ANU – Museum of the Jewish People collection)

    Tra gli elementi che impreziosiscono il film vi sono le scene girate in esterni a Haifa, Akko e Cesarea, la presenza di stuntmen di fama e il coinvolgimento di oltre 3.000 comparse reclutate tra gli abitanti dei kibbutzim e i militari di IDF tra cui Yoni Netanyahu, il paracadutista, fratello del Primo Ministro Benjamin, che fu ucciso durante l’operazione militare di Entebbe nel 1976.

     

    Le riprese terminarono con una festa per il trentesimo compleanno di Sophia Loren. Il film usci a New York nel gennaio 1966, non fu un grande successo ai botteghini né ottenne menzioni speciali. “Mio padre fu soddisfatto soprattutto per la scelta di Israele – commenta Daniel Unger -; ricevette un telegramma di felicitazioni dall’allora Presidente dello Stato d’Israele. Proprio quel telegramma rimase appeso alla parete del suo ufficio fino alla sua morte.”

    Sophia Loren  nel ruolo di “Judith” ( Foto di BOB PENN @ Paramount Pictures & Screenlife Est grazie a Daniel Unger)

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