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    Le comunità ebraiche in Ucraina in emergenza

    Resta alta la tensione nell’est dell’Ucraina per la minaccia di una invasione russa. Ieri sera, Putin, in diretta tv ha rivolto alla popolazione russa un lungo discorso. «L’Ucraina è diventata una colonia di marionette» ha detto Putin, «gli ucraini hanno sprecato non solo tutto ciò che abbiamo loro dato durante l’URSS, ma anche tutto ciò che hanno ereditato dall’impero russo». Parlando alla nazione, Putin ha annunciato di voler riconoscere l’indipendenza delle autoproclamate Repubblica Popolare di Doneck (DPR) e Repubblica Popolare di Luhansk (LPR), nei territori orientali dell’Ucraina. 

     

    La situazione sembra che stia precipitando e lo spiraglio per una pacifica soluzione diplomatica appare sempre più lontano. La decisione di Putin di riconoscere le repubbliche autoproclamate «è palesemente in violazione del diritto internazionale. È una flagrante violazione della sovranità e dell’integrità dell’Ucraina» ha dichiarato il premier britannico Boris Johnson durante la conferenza stampa di lunedì sera.

     

    Il ministro degli esteri israeliano, Yair Lapid ha reso nota lunedì la decisione di chiudere l’ambasciata di Kiev e di far spostare il personale diplomatico a Lviv, più ad Ovest. In un comunicato stampa riportato dal portavoce del ministero, si precisa che l’ufficio consolare di Lviv sta lavorando, già da giovedì, per procurare documenti di viaggio per i cittadini israeliani e che assisterà i cittadini interessati a lasciare il paese.

     

    Circa 75.000 cittadini ucraini di religione ebraica avrebbero i requisiti previsti dalla legge del ritorno per richiedere la cittadinanza israeliana e solo negli ultimi giorni decine di cittadini ucraini di religione ebraica, soprattutto giovani, sono atterrati in Israele.

     

    Nelle ultime settimane si sono moltiplicati gli appelli da parte delle comunità ebraiche in Ucraina. Rav Avraham Wolf, capo rabbino di Odessa e del sud dell’Ucraina chiede assistenza per aiutare i rifugiati e le centinaia di cittadini ucraini ebrei più fragili per i quali in caso di guerra sarebbe impossibile lasciare il paese. Secondo Mishpacha Chabad di Odessa servono con urgenza aiuti per acquistare attrezzature mediche, dispositivi di protezione e beni di prima necessità come vestiti e sacchi a pelo, oltre a tonnellate di cereali, grano, zucchero, riso, farina e altri prodotti non deperibili. Sono necessarie risorse economiche anche per assumere guardie di sicurezza israeliane. Non si vuole lasciare nulla al caso e si stanno predisponendo anche bus con cui evacuare.  «La comunità di Odessa ha dovuto affrontare molti traumi. Ci sono persone che li hanno visto, che li hanno vissuti, soprattutto gli anziani. Penso che sia per questo che le comunità ebraiche siano più preoccupate o più preparate di altre», ha raccontato al New York Times Rav Kruskal, che gestisce alcune scuole ebraiche e orfanotrofi ad Odessa.

     

    Il Times of Israel ha raccontato lunedì delle grandi difficoltà che potrebbero dover affrontare gli ebrei ucraini più fragili che già faticano a pagare gas ed elettricità. Mercoledì scorso, Daniel Gershcovich, rappresentante del Joint Distribution Committee a Kiev ha dichiarato allo stesso giornale: «I poveri per i quali noi siamo la loro ancora di salvezza, diventano sempre più poveri. Cosa accadrà tra un mese? Cosa accadrà tra due mesi?».

     

    A Kiev, invece, Rav Yonathan Markowitz sta raccogliendo nelle strutture della comunità il necessario per affrontare una eventuale crisi. Quanto raccolto sino ad ora non sarebbe tuttavia sufficiente nel caso che l’invasione russa si verificasse. A Kiev non perdono tuttavia la speranza e  Rav Markowitz ha fatto affiggere in giro per la capitale circa 120 cartelloni con la foto del Rebbe Menachem Mendel Schneerson accompagnata dal messaggio: Pensa bene e sarà bene.

     

    Il figlio del terzo Rebbe, il quarto Rebbe, Shmuel Schneerson, è oggi sepolto nel cimitero di Lyubavichi, villaggio russo considerato il luogo di nascita del movimento chassidico e meta di pellegrinaggio soprattutto di ebrei. Secondo il Jerusalem post, la scorsa settimana, in occasione del 33simo anniversario del ritiro russo dall’Afghanistan, 15 generali russi si sarebbero recati a pregare per la pace nel cimitero di  Lyubavichi, dopo aver saputo che lì tutte le preghiere vengono esaudite. I militari hanno visitato anche alcuni edifici storici dei Chabad che sono stati ricostruiti oltre ad un monumento in onore degli ebrei locali vittime dell’Olocausto. Rabbi Gabriel Gordon, rappresentante dei Chabad incaricato di preservare i siti del patrimonio del movimento, ha riferito al Jpost che spera che le preghiere dei generali russi siano esaudite e che «si eviti una guerra».

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