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    Israele e lo spettro di nuove elezioni

    Israele sembra avviarsi di nuovo a elezioni anticipate. Non è detto, perché la legge di autoscioglimento della Knesset deve passare ancora per tre votazioni, ma l’approvazione preliminare c’è stata e la volontà politica dell’opposizione e del partito di Gantz è chiara. Si tratterebbe della quarta volta da quando Lieberman fece cadere il governo di Netanyahu nell’inverno 2018. Inevitabile chiedersi se era proprio necessaria una crisi in piana pandemia e ribaltone politico americano. Vediamo. La causa immediata di questa serie di scioglimenti è un contrasto insanabile fra i partiti di centrosinistra (più la lista araba e quella di destra ma anti-Netanyahu di Lieberman) il cui obiettivo politico è rovesciare Netanyahu e  il centrodestra che invece vuole mantenercelo (con la parziale e forse recuperabile eccezione della Destra di Bennett, che negli ultimi mesi ha ritirato l’appoggio). Le politiche di destra hanno la maggioranza nel paese, ma nelle ultime elezioni solo includendo Lieberman. Netanyahu negli ultimi mesi ha di nuovo raggiunto risultati straordinari in politica estera e la sua esperienza appare difficilmente sostituibile. Eppure le liste anti-Netanyahu sono maggioritarie anch’esse, ma solo come blocco negativo, perché i loro progetti politici non sono compatibili. Questo equilibrio di veti è stato rotto all’ultimo momento a maggio scorso, quando il leader dell’opposizione Gantz accettò di fare un governo al prezzo di una scissione del suo partito, con la promessa della rotazione del primo ministro. Le posizioni politiche però sono troppo diverse e Netanyahu ha voluto tenersi le mani libere non facendo approvare il budget biennale che avrebbe garantito Gantz, il quale infine ha deciso di rompere. Al di là di questa dinamica politica, molti indicano una ragione di fondo per l’incapacità di costituire un governo stabile: il sistema elettorale proporzionale puro, con una barriera al 3,25%, cioè a soli 150 mila voti, che favorisce piccoli partiti e personalismo. Non è detto che col maggioritario le cose cambierebbero davvero, perché la società israeliana, come quella italiane e americana, è divisa in due grandi aree contrapposte. E certamente essa ha tante anime diverse, che vogliono espressione parlamentare. Ma, a parte i successi di Netanyahu e l’ostinazione dell’Autorità Palestinese che hanno rafforzato la destra fino a renderla autosufficiente, almeno nei sondaggi, c’è una grande novità: un partito arabo che fa parte della Lista Unita, Ra’am, si è più di una volta schierato con Netanyahu. Come per l’accordo con gli Emirati, da cui deriva, quest’apertura può avere grandi conseguenze. Forse questa è la volta buona.

     

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