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    Parashà di Ki Tetzè: La responsabilità verso terzi nella Torà

    Una delle mitzvòt di questa parashà è quella di costruire un parapetto sul tetto della casa. Nella Torà è scritto: “Quando edificherai una casa nuova, farai un parapetto al tuo tetto; non permettere che una situazione pericolosa rimanga nella tua casa (lett.: “non mettere del sangue nella tua casa”), perché qualcuno potrebbe cadere” (Devarìm, 22:8).

                R. Joseph Pacifici (Firenze, 1928-2021, Modiin ‘Illit) in Hearòt ve-He’aròt (p. 218) scrive che la mitzvà di costruire una parapetto ci insegna che è proibito tenere in nostro possesso qualunque oggetto pericoloso o ogni cosa che potrebbe causare danni. Si tratta quindi solo di un esempio portato dalla Torà. La proibizione è molto più vasta. 

                R. Joseph Beer Soloveitchik (Belarus, 1903-1993, Boston) in Mesoras Harav (p. 174) estende il concetto e scrive: “Non è solo il corpo che è vulnerabile; lo è anche lo spirito umano. Tutto il concetto di costruire una parapetto attorno alla legge, citato dai Maestri nel Pirkè Avòt (Massime dei Padri, 1:1) scaturisce dalla nozione della vulnerabilità degli esseri umani.  La consapevolezza di essere vulnerabili  è uno dei fattori che portano al senso di umiltà, una delle più importanti virtù citate dal Maimonide.    Il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) nel Mishnè Torà (Hilkhòt Rotzèach Ushmiràt ha-Nèfesh, 11: 1-4) scrive che il parapetto deve essere sufficientemente forte da resistere se una persona vi si appoggia. Inoltre  rimuovendo un oggetto pericoloso si osserva un’altra mitzvà: quella in Devarìm (4:9) dove è scritto: “Però guardati bene e sta molto attento”. Il Maimonide tra le cose pericolose elenca anche un pozzo e una piscina nel cortile; entrambi vanno protetti in modo da evitare che qualcuno vi cada. Così pure bisogna rimuovere degli ostacoli dalla propria proprietà che possono causare danni. Il Maimonide elenca anche una serie di cose che i Maestri hanno proibito perché presentano  pericoli mortali, come bere acqua di fiumi o di laghi al buio e liquidi rimasti esposti in luoghi dove vi sono serpi velenose, o frutta che si sospetta che sia stata morsa da una serpe. Egli aggiunge che bisogna punire coloro che sono noncuranti del pericolo e dicono che “sono affari miei”.  

                R. Barukh Halevi Epstein (Belarus, 1860-1941) in Torà Temimà citando il Midràsh Sifrì, scrive che il versetto è esemplificativo e non si applica solo a chi costruisce una casa nuova. Anche chi acquista, eredita o riceve in regalo una casa, deve costruire un parapetto sul tetto. Inoltre il parapetto va costruito immediatamente anche se la casa non è ancora abitata. Egli cita anche il Maimonide nelle Hilkhòt  Berakhòt (11:8) che scrive che quando si costruisce [o si fa costruire] un parapetto si recita la berakhà “che ci ha comandato di fare una parapetto”. R. Epstein scrive che “l’applicazione principale della mitzvà di costruire un parapetto è in Eretz Israel dove le case sono costruite con il tetto a terrazza” e il tetto viene usato regolarmente.  La mitzvà  non ha applicazione nei tetti delle case in Europa che sono a padiglione e vi salgono solo gli operai di tanto in tanto per riparare le tegole e sanno come proteggersi dalle cadute. Egli aggiunge che nel trattato di Ketubbòt (41b)  r. Natan cita lo stesso versetto della parashà per insegnare la proibizione di allevare un cane feroce in casa o di erigere una scala traballante. 

                R. ‘Ovadia Sforno (Cesena, 1475-1550, Bologna) commenta che se vi è un parapetto appropriato il padrone di casa non è più responsabile se qualcuno dovesse cadere dal tetto. 

                Appare quindi che tutti i prodotti pericolosi facciano parte della mitzvà di non tenere in nostro possesso oggetti che possono causare danni alle persone. In effetti l’origine della legislazione delle responsabilità nei confronti di terzi deriva proprio in questa parashà.

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