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    Parashà di Vaetchanàn: La mitzvà e le priorità nello studio della Torà

    L’autore catalano (XIII sec. E.V.) del Sèfer ha-Chinùkh, che elenca e spiega le 613 mitzvòt della Torà, scrive che la mitzvà di studiare Torà e di insegnarla è in questa parashà. Infatti è proprio qui che leggiamo i noti versetti dello Shema’: ”E saranno queste parole che ti comando oggi sul tuo cuore, le insegnerai ai tuoi figli e ne parlerai con loro stando nella tua casa, camminando per la via, quando ti coricherai e quando ti alzerai” (Devarìm, 6:6-7). 

                Nel Sèfer ha-Chinu’kh è scritto che studiare e insegnare Torà è una mitzvà prescrittiva. Lo studio della Torà serve prima di tutto a sapere come osservare le mitzvòt, come evitare di commettere trasgressioni e a conoscere bene le regole della Torà. I Maestri hanno insegnato che le parole “ai tuoi figli” si riferiscono anche ai discepoli. E infatti sappiamo che i discepoli vengono chiamati “figli” dal libro di Melakhìm (II, Re, 2:3) dove è scritto “e uscirono i figli dei profeti” dove si parla appunto dei discepoli. Dalle parole “e le insegnerai” impariamo che l’insegnamento deve essere chiaro in modo che quando qualcuno ti fa una domanda tu sia in grado di rispondere senza esitazione. 

                Da quando il padre deve iniziare a insegnare Torà al figlio? Quando il bambino comincia a parlare gli si insegna a dire le parole “Torà tzivà lanu Moshè” (Moshè ci ha insegnato la Torà) e il primo versetto dello Shema’, cioè “Ascolta Israele, l’Eterno nostro Dio, l’Eterno è uno”. Poi gli insegna pian piano altri versetti della Torà e quando raggiunge il sesto o il settimo anno lo si manda a scuola. E chi ha buon senso non esercita troppa pressione sul bambino fino a quando diventa abbastanza grande da poter studiare in modo regolare. 

                Fino a quando il padre è obbligato a insegnare Torà al figlio? Rav Yehudà a nome di Shemuel disse che bisogna insegnare Torà, Mishnà, Talmud, halakhòt (le regole derivanti dalle discussioni talmudiche) e aggadòt (insegnamenti morali). E a colui il quale il padre o il nonno non hanno insegnato Torà, quando si rende conto della cosa, deve darsi da fare per studiare. L’obbligo di studiare Torà non cessa mai  e prosegue fino all’ultimo giorno di vita. 

                R. Shneur Zalman di Liadi (1745-1812) fondatore della dinastia chassidica di Chabad, nel suo Shulchàn ‘Arùkh (capitolo 155) scrive che tutti sono obbligati a studiare Torà. Ricchi e poveri, sani e sofferenti, e perfino i mendicanti che vanno da porta a porta. E bisogna stabilire tempi fissi di studio di giorno e di notte perché è scritto “Questo libro della legge non si diparta mai dalla tua bocca, ma meditalo giorno e notte, avendo cura di mettere in pratica tutto ciò che v’è scritto; poiché allora riuscirai in tutte le tue imprese, allora prospererai” (Yehoshua’, 1:8).

                 R. Shneur Zalman aggiunge che nello studio della Torà è necessario stabilire delle priorità. Bisogna studiare la Torà scritta e quella orale e il Talmud. Tuttavia all’inizio dello studio una persona non deve dedicarsi solo al Talmud perché prima bisogna conoscere quello che è permesso e quello che è proibito in modo da poter osservare propriamente le mitzvòt.  R. Feivel Cohen (Brooklyn, 1937)         

    nello studio del Talmud insegnò ai membri del suo bet ha-kenèsset halakhòt di utilità pratica, come berakhòttefillìnmezuzòttziztìt, e regole di purità famigliare. 

    R. Yosef Shalom Elyashiv (Lituania, 1910-2012, Gerusalemme) in Divrè Aggadà (p. 330) citando il Gaon di Vilna (1720-1797), scrive che nella parashà dello Shema’ vi sono allusioni a tutti i Dieci Comandamenti. E dove vi è un accenno alla proibizione di commettere omicidio? Nelle parole “E le insegnerai ai tuoi figli”, perché chi non insegna Torà al figlio è come se facesse morire (Midràsh Sifrì, ‘Ekev, 46).  

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