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    Parashà di Vaygàsh: Yehudà, avvocato difensore

    Dopo che l’accusa di spionaggio fu dimostrata infondata grazie all’arrivo in Egitto di Beniamino insieme con gli altri suoi fratelli, Yosef li mise nuovamente alla prova. I fratelli non avevano avuto scrupoli nel vendere Yosef come schiavo. Ora per dimostrare il loro senso di fratellanza, era necessario vedere come si sarebbero comportati per salvare Beniamino dall’accusa di furto e dalla pena della schiavitù. 

                Yosef aveva dato istruzioni al maestro della sua casa di nascondere la sua coppa nel sacco di Beniamino. I fratelli partirono per tornare dal padre a Chevron e non appena furono usciti dalla città furono raggiunti dal maestro di casa di Yosef che li accusò di aver rubato la sua coppa. “Il maestro di casa li frugò, cominciando da quello del maggiore, per finire con quello del più giovane; e la coppa fu trovata nel sacco di Beniamino” (Bereshìt, 44:12). 

                Dopo che la coppa di Yosef fu trovata nel sacco di Beniamino, i fratelli tornarono da Yosef. A perorare la causa di Beniamino fu Yehudà, colui che oltre vent’anni prima era stato responsabile della  vendita di Yosef. Egli si rivolse a Yosef dicendo: “Di grazia, signor mio, permetti al tuo servitore [cioè a me, Yehudà] di far udire una parola al mio signore, e non s’accenda l’ira tua contro il tuo servitore! poiché tu sei come Faraone” (Bereshìt, 44:18).

                Rashì (Troyes, 1040-1105) commenta: “Poiché tu sei come il Faraone: nello stesso modo in cui il Faraone decreta e non mette in pratica, promette e non fa, così sei anche tu. Poteva essere questo che intendevi quando dicesti [di Beniamino, fatelo venire che] lo voglio vedere?” (Ibid. 44:21). 

                R. Moshè Feinstein (Belarus, 1885-1986, New York) in Daràsh Moshè (Ed. Inglese, p. 75) scrive che è difficile credere che Yehudà intendesse insultare il Faraone in questo modo. Cosa intendeva esprimere Rashì nel suo commento?. R. Feinstein suggerisce che Yehudà intendeva fare notare a Yosef che se emanava dei decreti e poi non li metteva in pratica, il pubblico avrebbe dedotto che il Faraone operasse nello stesso modo, perché il subordinato segue l’esempio del suo superiore. Con questo Yehudà voleva fare capire a Yosef che stava danneggiando anche la reputazione del Faraone stesso.  

                R. Mordekhai Hakohen (Safed, 1523-1598, Aleppo) in Siftè Kohen (p. 189) cita un interessante commento di R. Ya’akov Berav  (Castiglia, 1474-1546, Safed), sul discorso di Yehudà.  Quando Yehudà disse: “Permetti al tuo servitore di far udire una parola al mio signore…”, egli intendeva dire: “Beniamino non ha rubato la tua coppa. Ti prego di permettere al tuo servitore, cioè al maestro della tua casa che ci rincorse dopo che eravamo partiti dal tuo palazzo e aveva trovato la coppa nel sacco di Beniamino, di parlarti privatamente per non rimanere imbarazzato, e che ti confessi onestamente che è stato lui a mettere la coppa nel sacco di Beniamino. Tu sei come il Faraone  e il Faraone è rimasto sul trono grazie al fatto che ha rispettato la legge. Pertanto è giusto che anche tu  faccia così”. 

    Il commento al Midràsh, Yefè Toar, aggiunge che Yehudà voleva dire: “È chiaro che tutta questa faccenda è solo una macchinazione escogitata da uno dei tuoi uomini e tu fai finta di non sapere chi sia il colpevole. Secondo le nostre leggi se qualcuno ruba e non è in grado di ripagare il maltolto, viene venduto in servitù. In questo caso Beniamino ti può ripagare. E nonostante che in Egitto la legge sia diversa, poiché sei stato tu a fare venire Beniamino per vederlo, si deve applicare la nostra legge. Yehudà usò tutte le motivazioni logiche, politiche e legali per convincere Yosef a lasciare libero Beniamino. Infine concluse con un appello commovente: “Or dunque, quando giungerò da mio padre, tuo servitore, se il giovane, all’anima del quale la sua è legata, non è con noi, avverrà che, come avrà veduto che il figlio giovane non c’è, egli morrà; e i tuoi servitori avranno fatto scendere con cordoglio la canizie del tuo servitore nostro padre nel soggiorno de’ morti” (ibid. 30-31). Quanti avvocati hanno imparato il mestiere da Yehudà!

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