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    Quando una parola diventa parolaccia

    Uno dei problemi del cristianesimo nascente, soprattutto nel momento in cui si apriva al mondo non ebraico, fu quello di definire la propria identità rispetto alle origini ebraiche. Che fare della Torà, con tutti i suoi obblighi, a cominciare dalla circoncisione? Avrebbero dovuto continuare a osservarla i credenti in Gesù provenienti dall’ebraismo, e abbracciarla i nuovi fedeli?

     

    Il dibattito su questi temi fu aspro, e prevalse la tesi di Shaul-Paolo, in origine un ebreo osservante, secondo il quale l’osservanza della Torà era superata e non era più necessaria. Per spiegare questa idea, Paolo intervenne ripetutamente anche in termini molto polemici, diffusi nei suoi scritti, che sono entrati a fare parte del Nuovo Testamento. 

     

    Se oggi si fa una lettura semplice di questi brani (come il capitolo 3 della Lettera ai Galati) o un commento limitato a spiegarne le espressioni, si fa inevitabilmente qualcosa che è offensivo rispetto alla Torà e chi la osserva. D’altra parte, per un cristiano fedele, questi sono testi canonici e sacri, che non può cancellare o far finta che non esistano. Come uscire da questo vicolo cieco? Potrebbero esserci due direttive principali: inserire i brani problematici nel pensiero più vasto di Paolo, che pure sull’ebraismo ha detto cose fondamentali, come la irreversibilità dell’elezione di Israele. Non che sia una soluzione molto consolante, perché le difficoltà rimangono, ma almeno riduce la durezza e “contestualizza”, come si dice ora, il suo pensiero. L’altra direttiva è quella di aggiornarsi e tenere presenti i grandi sviluppi dell’esegesi contemporanea, che offrono chiavi di letture che superano di molto le asprezze formali delle origini.

     

    Non sono molto amico del “politically correct” e di tutto ciò che questa regola impone a chi si esprime in pubblico, costringendolo talvolta a usare espressioni ridicole e poco rispettose della verità; non sto chiedendo che la predicazione della Chiesa si censuri per dire cose contrarie alla sua fede e ai suoi fondamenti; le differenze ci sono e sono ineliminabili; ma non devono essere una giustificazione per l’offesa; e deve esserci una valutazione dell’impatto pubblico di certi concetti e certe espressioni che se non vengono spiegati diventano pericolosi, anche per tutta la storia che c’è dietro e per i richiami  a nozioni ostili, consce o inconsce (l’ipocrisia, il denaro, il formalismo ecc….) che certe rappresentazioni religiose evocano.

     

    Ogni religione, anche la nostra, deve fare i conti con il suo passato e con i suoi testi fondanti, talora imbarazzanti secondo la sensibilità attuale. E’ ben nota la regola che la Torà vada letta esattamente come è scritta e chi sbaglia leggendo in pubblico deve ripetere fino a che non usa la versione corretta. Eppure, proprio nel brano che leggeremo domani, vi sono due parole che vanno sostituite con altre, una che si riferisce alle emorroidi (Deut 28:27) e l’altra al rapporto sessuale (ibid. v. 30). È successo che con il passare dei tempi e l’evoluzione della lingua le due parole originarie divennero parolacce, e i Maestri decisero di non farle sentire in pubblico. Quindi anche se il contesto originario è sacro e intoccabile, il cambio di sensibilità impone delle attenzioni, anche contro la regola. Anche gli imbarazzi fanno parte dell’esperienza religiosa, ma non tentare di risolverli è ancora peggio.

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