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    Rosh Ha-Shanà 5784: ”Non, Je Ne Regrette Rien”

    Questo è il titolo di una famosa canzone francese: “Non ho nessun rincrescimento”. È una frase che nessun ebreo può mai dire. R. Joseph Beer Soloveitchik (Belarus, 1903-1993, Boston) diceva che l’uomo è per definizione un peccatore. Se vogliamo fare teshuvà e cambiare strada, è quindi necessario e doveroso essere “sorry” e avere “regrets” per cose che abbiamo fatto o che non abbiamo fatto in passato.

                Nella tefillà di Rosh Ha-Shanà diciamo: “Felice il popolo che conosce il suono dello shofàr”. Cosa  ha di speciale lo shofàr? Anche i gentili sanno suonare le trombe!

                R. Yosef Shalom Elyashiv (Lituania, 1910-2012, Gerusalemme) in Divrè Aggadà (p. 427) cita i maestri che insegnano che il suono dello shofàr fa sì che Rosh Ha-Shanà, il giorno del giudizio, diventi per noi un giorno in cui l’Eterno ha  misericordia nei nostri confronti e i nostri peccati vengano perdonati. 

                Lo shofàr, scrive il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) fin dai tempi più antichi serve a risvegliarci dal sonno dell’abitudine: “Svegliatevi dal vostro sonno voi che dormite, e scuotetevi voi che siete assopiti; analizzate le vostre azioni, fate teshuvà e ricordatevi del vostro Creatore; voi che immersi nelle vanità temporali dimenticate la verità, e usate i vostri anni in cose da nulla che non servono e non salvano” (Hilkhòt Teshuvà, 3:4). 

                R. Elyashiv aggiunge che il suono dello shofàr risveglia l’ebreo e fa sì che cambi strada, al punto che egli diventa una nuova persona. Egli cita il Midràsh Yalkùt Shim’onì (Pinechàs, 782) nel quale è detto che riguardo ai sacrifici di Rosh Ha-Shanà è scritto “e farete” invece di “sacrificherete”. Il Santo Benedetto in questo giorno ci dice che essendo venuti alla presenza dell’Eterno nel giorno del giudizio  e usciti assolti, è come se oggi fossimo stati “fatti” a nuovo. 

                Così pure la tefillà, la preghiera, serve a fare della persona una nuova creatura. R. Yosef Albo (Spagna, 1380-1444) nel Sèfer Ha-‘Ikkarìm (Maamàr 4, cap. 18) insegna che la preghiera non serve a cambiare nulla su in cielo. Serve invece a cambiare il supplicante. Con la tefillà non è più la stessa persona. Se prima non meritava la benedizione divina, ora la nuova persona la merita. Per questo nella tefillà di Rosh Ha-Shanà affermiamo che teshuvà (pentimento), tefillà (preghiera) e tezdakà (beneficienza), hanno la capacità di cambiare il decreto divino. E questo perché la persona non è più quella di prima. 

                R. Bachya  ibn Pakuda (XI secolo) nella sua opera Chovòt Ha-Levavòt (I doveri dei cuori), elenca le quattro  condizioni per fare teshuvà: la prima è la “charatà”, il “regret”, il rincrescimento per i peccati commessi. La seconda condizione è “azivàt ha-chet”, l’abbandono del peccato. Con questo si manifesta che si è coscienti che si viene ricompensati o puniti per le proprie azioni. La terza condizione è “bakashàt ha-selichà”, la confessione del peccato e la richiesta del perdono. La quarta condizione per fare una completa teshuvà è quella di riproporsi di abbandonare gli errori del passato e di non commetterli più. 

                La teshuvà, la creazione di una persona nuova, di una persona migliore e di un mondo migliore, inizia con il rincrescimento per gli errori del passato. “Je Regret”. 

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